giovedì 4 novembre 2021

In viaggio con Brodskij: un monologo. Parte I

Iosif Aleksandrovic Brodskij (Leningrado, 24 Maggio 1940-New York, 28 Gennaio 1996). I primi anni della sua vita coincidono con quelli della Seconda guerra mondiale e con l'assedio di Leningrado. Il padre, fotoreporter di guerra, è quasi totalmente assente durante l'infanzia di Brodskij. Terminato l'assedio, il giovane poeta e sua madre sono evacuati a Čerepovec per poi tornare a Leningrado nel 1944. Non ancora sedicenne, abbandona gli studi per lavorare come apprendista tornitore nella fabbrica Arsenal di Leningrado. Nel 1964 fu arrestato con l'accusa di parassitismo e condannato a cinque anni di lavori forzati. Rilasciato dopo 18 mesi tornò a vivere a Leningrado. Nel 1970 fu costretto dalle autorità sovietiche a emigrare. Si stabilì in USA, dove tenne corsi in varie università. Brodskij ha esordito pubblicando nel 1958 alcune poesie in una rivista clandestina. Venne subito riconosciuto come uno dei lirici più dotati della sua generazione. Ebbe il sostegno di Anna Achmatova che gli dedicò una delle sue raccolte (1963). Dopo il rilascio seguito alla prima condanna, si dedicò soprattutto alla traduzione di poeti inglesi (Donne, Hopkins). La sua raccolta di versi Fermata nel deserto, uscì a New York nel 1970 confermando il suo straordinario estro poetico. Dopo l'emigrazione tenne corsi in varie università e svolse ampia attività saggistica (Fuga da Bisanzio, 1986) e poetica ( Elegie romane, 1982). Nel 1987 fu insignito del premio Nobel per la letteratura, e nel suo discorso a Stoccolma individuò le radici della sua opera di classico contemporaneo in quattro poeti: Anna Achmatova, Marina Ivanovna Čvetaeva, Robert Frost e Wystan Hugh Auden. Nel 1991 fu nominato poeta laureato degli Stati Uniti. Morì nel suo appartamento di Brooklyn il 28 gennaio 1996. Innamorato dell'Italia, espresse il desiderio di venire seppellito a Venezia, città di acqua e canali come la natale Leningrado, e lì ha trovato per sempre riposo. ______________________________________________________________________________ Il “monologo” seguente, diviso in tre parti, è una libera rielaborazione delle lezioni e interviste rilasciate da Iosif Brodskij e pubblicate in Italia da Adelphi.
_____________________________________________________________________________ Sì è vero, prima di ricevere il premio Nobel per la letteratura sono stato in prigione. Per quale motivo? Non lo so e non me lo sono mai chiesto: forse per lo stesso motivo per il quale mi hanno conferito il Nobel. Si vede che sono cambiato e i cambiamenti spaventano. All’inizio ero considerato russo - da alcuni, non da tutti - ed ora sono diventato americano (per altri ma non per tutti). Allo stesso modo, pur essendo nato uomo, mi sono trasformato, secondo gli accusatori sovietici, in un parassita; in un grande poeta, invece, per gli accademici di Svezia. Per natura e per cultura cerchiamo sempre una causa dietro ogni fenomeno se non addirittura un vero e proprio complotto: c’è sempre qualcosa che sta dietro a qualcos’altro che è dietro a qualcos’altro ancora e così via. Alla fine, rendiamo tutto molto più complicato di quello che, nella realtà, è. Intendiamoci: a volte una causa c’è. Altre, nessuna o, viceversa, più di una. Per esempio potrei ripetere tutti i capi di accusa che hanno portato alla mia condanna ma la sostanza, almeno per me, è semplicemente questa: se ti dai da fare per creare o soltanto esplorare dentro di te un mondo indipendente, sei destinato prima o poi a diventare un corpo estraneo nella società e, dunque, a essere assoggettato a tutte le leggi fisiche che riguardano i rifiuti. Credo che il compito di un poeta sia di mostrare alla gente la visione reale della scala delle cose. In questo, l’attività di uno scienziato non si discosta molto da quella dell’artista: in tal senso un fisico è un poeta e viceversa! Questo spiega perché Osip Mandel’ štam una volta disse: «Dante può essere compreso solo con l’ausilio della teoria dei quanti»! Entrambi, fisici e poeti, questi creatori o esploratori di mondi, cercano di mostrarci la vita come una lunga catena e sono capaci di indicare con precisione quale è il nostro anello in questa catena. Per lo meno dovrebbero condurre ognuno di noi verso questa possibilità: riconoscere quale sia il proprio anello nella catena. In tutte le mie poesie ho in fondo ripetuto costantemente lo stesso messaggio: «sii tenace, persevera e resisti». Oggi tutto questo potrebbe essere inglobato nella parola resilienza. E la poesia, come le parole che la formano, è in fondo una soluzione tampone. In chimica una soluzione tampone indica un certo numero di sostanze tenute insieme seppur separate e distinte; così, oggi, la parola resilienza, per me, è il …versamento in un’unica soluzione di diverse sostanze distinte, in equilibrio tra loro, che si chiamano forza, recupero, perseveranza, fiducia, etc… La mia è una filosofia della sopportazione, tutto qua. Quando sei in una brutta situazione, hai due modi per uscirne: mollare tutto oppure…entrarci dentro per attraversarla. La “materia” di cui (ci) siamo fatti permetterà di resistere il più a lungo possibile e io cerco di resistere più di tutti. In una poesia del 1966 scrissi: …Che c’è dinanzi a noi?/ Ci aspetta forse un’era diversa?/ Se è così, quale sarà l’impegno collettivo?/ Cosa mai dovremo portarle in sacrificio? E vedo ora che questa èra diversa, è meno morale, più impersonale, oserei dire meno umana. Apparentemente tutto questo può essere raccontato solo da un verso libero perché questo nostro innominabile attuale, così variabile, relativistico e non gerarchico sembra proprio richiedere una forma altrettanto variabile, relativistica e anarchica. Ma la poesia non è solo l’espressione di sé o un elenco delle proprie impressioni o emozioni su ciò che ci accade. La poesia è anche un’arte che richiede pertanto una certa perizia tecnica. Parafrasando (ancora) Robert Frost, scrivere in versi liberi sembrerebbe quasi giocare a tennis con la rete abbassata. Cioè, non giocare propriamente a tennis. Perché è apparso il verso libero? Come conseguenza di una forma determinata, chiusa? Verso libero, libertà? Ma chi si è liberato e da cosa? Si è liberato, il poeta, da una specie di schiavitù? Per farlo dovrà pur aver sperimentato tale schiavitù; altrimenti non potrà riconoscere la libertà. E di quali libertà possiamo parlare se la libertà fisica è stata determinata dagli Stati, quella politica dalle dittature e persino quella religiosa è determinata, ad esempio, dalla legge del karma o dal giudizio universale? E, prima di tutto, la nostra libertà non è determinata forse dallo stato di salute? Comunque tornando alla poesia come maestria tecnica sia chiaro che il …campo da tennis in ordine è molto importante, ma quello che accade nella esperienza poetica è che uno ha due, tre versi, a volte una parola e un paio di altre idee che gli frullano in testa. Si mette lì, buono buono, cercando di riversare tutto su carta, ma mentre lo sta facendo succede qualcosa: il risultato finale della poesia non è quello che aveva previsto all’inizio. Eppure quegli elementi di partenza, i versi, la parola le idee, vi sono inglobati. Durante una delle mie ultime lezioni salutai i miei studenti con alcuni versi, per me molto significativi, di Wystan Hugh Auden: Vieni nel nostro allegro deserto/ dove anche le bambole battono/ dove i mozziconi/ diventano amici fraterni/ e dove sono sempre le tre del mattino. Una parola, due o tre versi e un paio di idee nella testa della più grande mente del ventesimo secolo. Ed è poesia.

martedì 26 ottobre 2021

Philip Morre: istantanea di Callimaco a Venezia

Iniziamo subito col dire che la poesia di Philip Morre (eteronimo poetico del traduttore inglese John Francis Phillimore) è una poesia felice perché se ne avverte la varietà, l’ironia, la generosità, la ricchezza di sentimento. Non sempre la poesia riesce a trasferire tutto questo: la maggior parte delle volte è proprio la monotonia, l’austerità, l’avarizia (ermetica) , l’obbedienza alla pesantezza quello che resta a chi legge o ascolta poesia. Questo finisce per impaludare, costringere e restringere qualunque presentazione poetica riducendola a un rituale mesto, fintamente lirico e sentimentale. Con John/Francis, sia nella lettura che nella presentazione dei suoi testi, questo non accade e la felicità alla fine prevale su tutto. Intendiamoci Morre, da buon poeta quale è, tocca le grandi questioni ma le insaporisce, addolcendole o inasprendole, di volta in volta, con le piccole questioni, cosicché la scala delle domande viene percorsa interamente passando da interrogativi di memoria salingeriana (“…dove vanno le anatre quando il lago gela?Gli ippopotami mangiano banane?) a quelli più propriamente classici (Dove risiede l’anima? Il sangue è una marea?) Come dice il poeta Patrick McGuinness, amico di John/Francis e prefatore di questa raccolta (F. Morre, Istantanea di ippopotamo con banane, nella lineare eleganza di carta e segno dell’edizioni di Andrea Cati), la poesia di Morre “…è cosmopolita e allo stesso tempo tipicamente profondamente inglese…Queste poesie, sull’invecchiamento, la malattia, la solitudine…l’affievolirsi degli appetiti…sono esplorazioni accuratamente modulate di ciò che è piccolo, comune, di ciò che passa e che è passato…”.
La capacità di espandere l’esperienza nel tempo (indietro e avanti) e a gli altri ( “soli insieme a noi”), credo, che sia una peculiarità del fare poetico di Morre. Un esempio su tutti per intenderci: Visto che il gregge ha occupato la strada/ tu spegni il motore e accendi una sigaretta,/ abbassi scrupolosamente il finestrino/ e la fai penzolare all’esterno come/ per ficcarla nell’occhio del montone capobranco.// Abbiamo un traghetto da prendere,/ eppure sembri indifferente, forse ti gusti/ il piccolo brivido di spingere al massimo/ le quattro miglia che costeggiano la baia/ e giù fino all’abbraccio quasi circolare/ del litorale del porto.// Così restiamo seduti, lo sguardo perso nella foschia,/ mentre la marea lanosa si frange coi suoi belati/ a destra e sinistra della Saab e il tempo si adatta/ all’andatura lenta del pastore che noncurante/ sfila dietro la prua del suo naso/ come un principe che nobilmente ignori un neo. [Pastorale pg. 27]. Questa apparente quiete istantanea, (quasi dormiente: non si contano le pecore per questo?) è il presagio di un ritardo che qui viene… anticipato. E dunque viviamo ora e qui il piacere di un brivido che non ci sarebbe senza questo istante e che non potrà essere provato se la sigaretta venisse fumata in fretta e se il tempo non venisse rallentato da un pastore-Mosé che governa indifferente la sua marea lanosa. Si noti l’ambiguità perfettamente calibrata fra il movimento e l’ atto, fra ciò che passa nella testa e quello che si vede: la gamma delle emozioni è così ampliata e rilanciata da piccoli, sapienti gesti reali (spegnere il motore, accendere una sigaretta, abbassare il finestrino…) e da altrettanti ipotesi ideali (dissimulata indifferenza, l’inevitabile accelerazione, la sfida contro il tempo…) e dunque siamo contemporaneamente fermi nella Saab ma anche agitati dalle curve dei prossimi tornanti fino al porto, siamo cullati nell’abitacolo della macchina e sbattuti tra le onde (di lana? Di mare?). Tra queste espansioni e dislocazioni di sentimenti ed emozioni nella poesia di Morre si avverte poi la marea…classica quella che segna “… il paese della mente …” , quel paese che, come ci ricorda ancora Patrick McGuiness , “…solo gli espatriati ricordano perché resta fissato al momento in cui l’hanno lasciato…”. John Francis Phillimore è nato a Londra ma ha vissuto per gran parte della sua vita in Italia, da ultimo a Venezia , dove per dieci anni ha tenuto una libreria di libri usati nel Ghetto. Ora nella sua poesia le coste e i contorni di questo paese mentale acquisiscono sonorità, colori e immagini tipicamente classiche e molto riconoscibili per noi italiani a cominciare dai suoi “tradimenti” (le mistranslations) da Callimaco, fino ai pamphlet su Fra Angelico e alle tante poesie che lo stesso poeta definisce “intraducibili”. E proprio nella sua nota d’autore John/Philip confessa: “…questa voluta imprecisione delle mie versioni inglesi è il pretesto per la loro traduzione in una terza lingua…” Una confessione che rende ancora più apprezzabile il lavoro di traduzione fatto da Giorgia Sensi che ha curato la resa in questa “terza lingua” di Istantanee di ippopotamo con banane.

giovedì 21 ottobre 2021

Il Salone nell'arca

La mia amica Marcella Nigro, scrittrice e giornalista di Radionoff, mi ha inviato un breve resoconto sul Salone del Libro di Torino paragonandolo a una grande ...Arca.
"Entrare al Lingotto, durante Il Salone Internazionale del Libro a Torino è come entrare nell’arca, ma non in quella di Noè, che accolse una coppia di entrambi i sessi per ogni specie animale, bensì un’arca che “abbraccia” e “protegge” tutti noi reduci dalla pandemia da Covid-19 che abbiamo imparato sulla nostra pelle cosa significhi “fare assembramento” e per questo motivo vietato, ma che non vediamo l’ora di abusare, finalmente, anche dell’ultimo dei nostri cinque sensi: appunto, il tatto. Ma l’essere umano ha un’indole indomita, complessa, dalla memoria corta e, permettetemi, “ignorante”, si, nel senso che ignora. Ignora e finge di non ricordare le piaghe, le sofferenze, le tragedie che costellano la nostra storia millenaria, che, spesso e volentieri, sono nate proprio a causa nostra, per ultimo: lo scempio che stiamo compiendo nei confronti della natura, nonostante da decine di anni continuiamo a riempirci la bocca con parole che inneggiano a un futuro eco sostenibile. Io che sono stata in questa grande Arca, ho realmente vissuto la gioia e la curiosità di essere “sommersa” da libri, autori ed editori, in un vero e proprio abbraccio di parole; e il libro che ancora dovrà essere scritto è qui, sotto le mie mani, stretto tra le mie dita: come sarà? Sarà diverso, ma sempre uguale, travolgente ma rasserenante; mi trascinerà via con sé, vicino o lontano, poco importa, attraverso la fantasia che sgorga dalla mia esperienza, dalla mia quotidianità per giungere fino a te, che mi stai leggendo, avido e bramoso di saperne di più, ancora e ancora…" [Marcella Nigro].
Questo breve e puntuale reportage e la presenza di tanti giovani al Salone (Arca) hanno ispirato il seguente Post. I libri sono oggetti finiti che non finiscono mai di scorrere. Una specie di nastro di Möbius in quanto insistono su due facce del tempo e dello spazio. Questi piccoli parallelepipedi di parole prolungano l’esistenza di un’autrice o di un autore oltre il limiti che la natura ha loro assegnato compreso un futuro che non hanno potuto misurare. Oltre a questo, aiutano il lettore-viaggiatore a misurare e misurarsi il presente… addosso. Al Salone del libro di Torino si ha la sensazione del viaggio amplificata a dismisura nel tempo , come se il Lingotto contenesse un’enorme arca (o viceversa): gli autori sono tutti presenti, quelli del passato e quelli del presente. E il futuro (la fine del diluvio) sembra, qui, più afferrabile che altrove e già ora. Chi ha detto che la lettura è una immortalità all’indietro poteva spingersi oltre grazie a uno dei tanti nastri di Möbius e assegnare ai libri, e in generale alla cultura, anche un valore taumaturgico se non proprio vaccinale a garanzia della nostra salute individuale e quindi di un’immortalità di specie. E dunque fra tutti i libri presenti e gli autori intervistati vorrei parlare del libro che ancora non c’è, quello che cioè verrà scritto e che raccoglierà i frammenti del viaggio che abbiamo fatto insieme nel lungo periodo di diluvio pandemico. È un libro che potrebbe scriversi con le parole pronunciate da Albert Camus nel suo Discorso del banchetto del 1957. Parole così lontane ma tanto, tanto più vicine di quelle di autori e autrici attualmente in classifica. È il nastro di Möbius che continua a scorrere da La peste dello scrittore francese e non smette di attraversare il tempo occupando lo spazio che gli spetta anche in quest’arca piena di memoria e di vita. «…[Sono] un uomo che ancora può dirsi giovane, ricco solamente dei propri dubbi e di un’opera tutt’ora in cantiere, abituato a vivere…nei ripari dell’amicizia [ e in un clima] nel quale altri scrittori sono ridotti al silenzio e il suo Paese sta vivendo una sventura incessante…Ho conosciuto questo [vostro] smarrimento e questo [vostro] turbamento interiore e per ritrovare pace mi è stato necessario fare i conti con un destino troppo generoso. E poiché non potevo farlo appoggiandomi ai miei soliti meriti, per aiutarmi non ho trovato altro che ciò che mi ha sostenuto lungo la mia vita intera e nelle circostanze più avverse: l’idea che mi sono fatto della mia arte e del ruolo dello scrittore...». E mentre l’arca nel Salone (o il Salone nell’arca?) si riempiva di giovani, le parole di Camus risuonavano e si ripetevano a nastro: «…Ogni generazione, senza dubbio, si crede votata a rifare il mondo. La mia, tuttavia, sa che non lo rifarà. Ma il suo compito è forse più grande. Consiste nell’impedire che il mondo si sfasci. Erede di una storia corrotta in cui si fondono le rivoluzioni fallite, le tecniche impazzite, gli dèi morti e le ideologie estenuate, in cui poteri mediocri possono distruggere ogni cosa ma sono incapaci di convincere, in cui l’intelligenza si è abbassata al punto di farsi serva dell’odio [e dell’egoismo]…Davanti a un mondo minacciato di disintegrazione, dove i nostri grandi inquisitori rischiano di stabilire per sempre i regni della [estinzione], la nostra generazione sa che dovrebbe, in una sorta di folle corsa contro il tempo, restaurare tra le nazioni una pace che non sia quella della servitù, riconciliare nuovamente lavoro e cultura, e ricreare insieme a tutti gli uomini un’arca di alleanza…». Un’ arca. Un’arca piena di memoria, generazioni e di vita. Un’arca pronta ad ospitare un altro libro… da scorrere, un altro nastro di Möbius da srotolare. Il libro che non c’è ancora e che verrà scritto magari da una|uno fra le|i seimila lettrici|lettori nati nel XXI secolo che in più di 170 scuole, distribuite in 18 regioni italiane, hanno letto La peste di Camus. Proprio mentre intorno a loro infuriava la nuova peste. Verrà scritto questo nuovo libro e parlerà del coraggio e della capacità di mettere da parte l’egoismo, il proprio particolare, in vista di un orizzonte più largo nello spazio e più profondo nel tempo. Sarà, forse, un nuovo romanzo, un saggio o una raccolta poetica di certo sarà un parallelepipedo di parole che parleranno dell’inclinazione incorreggibile degli esseri umani a negare un’evidenza prima di esserne toccati direttamente; sarà un parallelepipedo di storie che racconteranno come si fronteggia, nella calamità, il meglio e il peggio degli umani e come nessuna apocalisse riuscirà a togliere la disposizione all’amore, all’amicizia, alla voglia di cantare e di contare. Sarà un libro che nel futuro restituirà questo presente che è stato sottratto a tanti perché da quest’arca si avverte che c’è (ci sarà) un Paese che non trova spazio nelle cronache, nei notiziari, nelle interminabili ed estenuanti maratone di “protagonisti”, nelle prese e nelle vite in diretta, in arene circensi tra pigli gladiatorî. Ci sarà (perché c’è) un Paese fatto di persone coraggiose, responsabili e oneste ma non eroiche perché «…non [bisogna credere] all’eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. [A noi] dovrebbe interessare che tutti [donne, uomini,…TUTTI] vivano e muoiano per ciò che amano.». Forse un libro così che proprio in questo momento si sta scrivendo, come un vero e proprio nastro di Möbius, potrebbe incidere anche su questa parte di tempo e ricevere da noi un aiuto per essere presentato in uno dei prossimi Saloni. Una volta scesi tutti dall’arca.

lunedì 13 settembre 2021

Le Poesie Imagiste di Hilda Doolittle

Nel gennaio del 1913 sulla rivista statunitense Poetry apparvero tre poesie firmate H.D., imagiste. Le tre composizioni erano state inviate pochi mesi prima da Ezra Pound alla direttrice della rivista, Harriet Monroe, accompagnate da un biglietto di accompagnamento che diceva più meno così: “È nel tipico discorso laconico degli Imagisti…Nessuno scopo, andare dritti al sodo, nessuno eccesso di aggettivi. Evitare metafore che si rendano impossibili a un esame. È un parlare dritto – dritto come il greco!”. Lo stesso termine Imagisme fu coniato da Pound proprio per descrivere una qualità della sua amica d’infanzia, Hilda Doolittle, H.D. che pensava e scriveva per “immagini”. Hilda divenne H.D. anche grazie a Ezra che la incluse tra gli Imagisti trasformandola quasi in una specie di griffe del movimento. Hilda Doolittle era nata il 10 settembre 1886 a Bethlehem, in Pennsylvania, unica sopravvissuta di cinque fratelli. Il padre, professore di astronomia e legatissimo alla sua unica figlia, disapprovò il fidanzamento della sedicenne Hilda con Ezra Pound che a lei dedicò numerose poesie d’amore. H.D. e Ezra Pound fecero parte di quegli scrittori americani che all’inizio del 1900 scoprirono …l’Europa e che qui trascorsero la maggior parte della loro vita pubblica e privata. Come poetessa H.D. alternò la Grecia al Giappone, potremmo dire Saffo a Hokusai: nell’imagismo sono le immagini ad essere cesellate con rigore scultoreo nel verso e, probabilmente, la famosa onda del maestro giapponese rende appieno lo spirito ( e la difficoltà) di tradurre immagini, così “nitidamente intagliate”, in parole altrettanto nette e per certi versi spietate. Hilda Doolittle, in Italia, è pressoché sconosciuta : Massimo Bacigalupo ha curato per Archinto Fine al tormento: ricordando Ezra Pound; nel 1986, per Lucini Mary de Rachewiltz collezionò un tributo dal titolo H.D. e l’editore Raffaelli ha editato alcuni libri in lingua originale. Nel 2006 l’editore Liguori pubblica Visioni e proiezioni a cura di M. Vitale e nel 2016 Iacobelli editore pubblica la traduzione de Il dono, il romanzo scritto in prima persona che la stessa autrice definì "quasi autobiografico”. Oggi dopo 60 anni dalla sua morte avvenuta a Zurigo, Interno Poesia ci consegna le Poesie Imagiste di Hilda Doolittle nella traduzione di Giorgia Sensi.
La raccolta oltre che avvalersi di una nitida traduzione della Sensi che restituisce alle parole della Doolittle le sue immagini, si arricchisce di un prezioso saggio breve della traduttrice nel quale si traduce e …si ”tradisce” un'autentica passione per questa poesia indispensabile e ridotta alla sua purezza. Nella traduzione la Sensi ha pienamente rispettato l’urgenza del sentimento che secondo la Doolittle doveva venire perfettamente rappresentata dal linguaggio dove tanto i verbi che i sostantivi venivano messi al servizio di un'essenzialità di segno che non può e non deve cedere spazio ad alcuna notazione superflua. Per fare un esempio: in una delle poesia più famose di H.D., Oread, la Sensi riesce a restituire in ogni verso la propria immagine conchiusa e nel ritmo, che viene conservato nel passaggio da un rapido crescendo a un improvviso arresto, riesce ad evocare la furia dell’onda che dopo essersi gonfiata si abbatte nel silenzio [Turbina, mare –/ turbina i tuoi pini appuntiti,/ schizza i tuoi grandi pini/ sui nostri scogli,/ gettaci addosso il tuo verde,/ coprici con le tue pozze d’abete. ] La neutralità dello sguardo della Doolittle, come richiesto dalle regole imagiste, implicava la capacità di rendere, attraverso perizia poetica, l’invisibile movimento originario della natura. È probabile che la Doolittle nel comporre Oread avesse ben presente l’immagine dell’onda pietrificata di Hokusai; immagine chiara ma allo stesso tempo paradossale per esprimere il movimento. Quel particolare gioco di pieno e di vuoto - onnipresente nelle immagini giapponesi ma anche in quelle greche - dà figura al movimento ritmico della natura, a un flusso di ascesa e ricaduta che se è inscritto in tutte le cose può in-scriversi anche nella poesia. Era questa la lezione di H.D. e che oggi, grazie a Interno Poesia e a Giorgia Sensi, ci viene restituita intatta.

mercoledì 1 settembre 2021

Quando le donne suonavano i tamburi

Questa estate il mondo, per me, si è fatto cosmo grazie a una “donna che suona il tamburo”. Mettere ordine da sempre è stata una faccenda da donne. Non equivocate. Mi spiego. Mettere ordine vuol dire misurare e misurare implica il concetto di numero ovvero di entità che possono essere sommate o sottratte e che procedono in un ordine progressivo. Quando, come esseri umani, prendemmo coscienza che i numeri potevano esprimere lo scheletro del mondo, pervenimmo a una scoperta (invenzione?) che ha avuto un effetto maggiore di qualunque altra scoperta: il mondo cessava di essere semplicemente un mondo e diventava un kosmos, un insieme misurato ed ordinato dotato di senso e significato. Le donne , da sempre, sono state le depositarie naturali di questo potere di trasformare il caos in cosmo. Quando ho cominciato a leggere le poesie di Antonietta Gnerre contenute nella sua ultima raccolta, Quello che non so di me, il tamburo, per così dire, ha cominciato a battere e il disordine attuale ha lasciato uno spazio, seppure piccolo ed estivo, a un ordine dotato di senso e significato.
Vedi, l’Irpinia somiglia all’universo./La misuro con le imposte delle case distanti,/….Ecco, l’istante comprende ciò che siamo stati,/la resa degli anni che si riorganizza/…(pg. 17). È nella Misura dei nomi, nella prima sezione di questa raccolta, che Antonietta si presenta come donna che suona il tamburo e che mette ordine. Più e più volte questa generosità gratuita e spontanea di dare senso e significato attraverso una misura di nomi e cose, emerge chiara nella poesia di Antonietta. Si presenta immediatamente, questa generosità, fin dall’inizio, da quel… cercare nel tempo della semina le tracce confuse delle volpi (pg. 19); si ripete nel mostrarsi ancora nel…bacerei tutte le foglie che ho visto cadere (pg. 24). E così via, viene ribadita nel corso di tutta la raccolta a dimostrazione di quella coerenza e compattezza segnalata da Alessandro Zaccuri nella prefazione. Misurare, dunque contare, per fare. Così anche un semplice poggiare le mani sui muri caldi dell’ultima estate…serve a misurare chi siamo (pg. 31). Vi è una consapevolezza discreta ma profonda in questo generoso… fare: sai, siamo qui per misurarci nelle cose create/per imparare a numerare le noci,//come fanno i contadini./O a portare via i dolori dalle pietre(pg. 49). E così, pagina dopo pagina, poesia dopo poesia, verso dopo verso, Antonietta conta e racconta dell’universo (o dell’Irpinia, ma a questo punto , avrete capito, non ha importanza), la posizione esatta di tutti gli alberi(pg. 51). Tocca a noi a questo punto …impastare i suoi pensieri, cioè ascoltare il …numero, il suono, il ritmo del…tamburo. Quello che di noi non sappiamo (o abbiamo dimenticato) "ha contato tutte le mani che hanno lavato le lenzuola. E le cose ferme a terra… (e son solo)… tra gli abbracci delle piante e delle stelle”. Quello che di noi ha prestato attenzione è riuscito a tenere conto di tutte quelle cose emerse da millenni e che sono giunte qui e ora tra le pagine di una “semplice” raccolta. Il raccolto. Per millenni i tamburi sacri del Mediterraneo precristiano e dell’Asia occidentale sono stati suonati da donne, da sacerdotesse che erano custodi delle tradizioni spirituali delle prime civiltà e detenevano le chiavi per sperimentare il divino grazie alla … misura e al ritmo. Queste donne sapevano molto bene che il terrore che nasce dal caos poteva essere controllato: osservare le fasi della luna è stato il più antico modo di segnare il tempo. Se il sole stabilisce il ritmo quotidiano, il crescere e il calare della luna furono lo strumento naturale per misurare cicli settimanali, mensili, vitali. Sul ritmo …femminile era basato un calendario lunare precedente di circa 15.000 anni lo sviluppo dell’agricoltura. La più antica radice indo-ariana collegata ai corpi celesti è quella che significa “luna”, la radice “me” che in sanscrito diventa “mami”: io misuro. A questa stessa radice è collegato anche il termine “metra” che vuol dire matrice , utero e per traslato, madre, origine di qualcosa. Così la corrispondenza, anzi la simmetria cioè la commensurabilità, tra mettere ordine e creare è definitivamente stabilita tanto da mostrarsi nel modo più concreto possibile nella coerenza, appunto, e compattezza della Poesia di Antonietta Gnerre, una di quelle donne sapienti, che nel mondo greco sarebbero state definite pharmakeutriai, ovvero inventrici di farmaci e di rimedi salutari . Una di quelle Madri (mātrā) che al suono di un tamburo è in grado di misurare (metron) e di creare un cosmo. Anche per un breve e minuscolo spazio estivo. Riferimenti - Antonietta Gnerre, Quello che non so di me, Interno Poesia Editore, 2021; - Layne Redmond, Quando le donne suonavano i tamburi, Venexia, 2021; - Giorgio De Santllana, Hertha von Dechend, Sirio, Adelphi, 2020; - Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, 2008; - Ananda Ketish Coomaraswamy, La tenebra divina, Adelphi, 2017.

sabato 24 luglio 2021

TRA la parola e il mondo

Non è bello autocitarsi ma lo faccio esclusivamente per riaffermare un…compiacimento di specie e poi perché credo che la poesia sia un indecifrabile fenomeno di citazioni astronomiche, geologiche, biologiche e biografiche. In una mia precedente recensione sulla poesia di Angelo Andreotti, poeta del quale continuo ad occuparmi anche qui di seguito, ho “presentito”, per così dire, il titolo della sua nuova raccolta: “…possiamo immaginare un mondo senza luoghi…ma è difficile immaginare un mondo senza lo scorrere del tempo anche se questo fluire …è assente alla descrizione del mondo. Questo flusso non può essere descritto, studiato, interrogato ma solo mostrato e uno dei modi per farlo è quello di mischiare le parole al mondo…” Il poeta è colui che sta tra parola e mondo; è cioè l’individuo della specie umana che in questa confusione, anzi: tra queste confusioni (le parole da una parte e tutto ciò che accade dall’altra) sta sulla superficie che le separa. Come un faro nel suo calmo fermento di nebulosa iridiscenza che nulla indica e nulla dice ma mostra. Nel Prologo dell’ultima raccolta di Andreotti, Tra parola e mondo (Manni Editore 2021), c’è questa immagine del faro che ancora una volta mi rafforza nell’idea che il poeta, dalla sua posizione più o meno privilegiata, più o meno scomoda, invia sempre lo stesso identico messaggio iridescente e, se volete, sonoro, per gettare luce (e suono) sulle trasformazioni che accadono intorno a lui.
Da questo discende il mio personale compiacimento di…specie per l’autocitazione: bazzicando da tempo le parole di Andreotti nel loro precipitare da un tempo e da un ritmo comune, mi piace confermare la presenza nella nostra specie di individui che ci riportano, “naturalmente”, tra i boschi, per terra, nelle caverne: Nel bosco i rami, già dal primo autunno,/schiudono il cielo con dita ritorte./La terra stringe alle radici gli alberi/ma le radici obbediscono al sole/...[pg.9] Gli individui di questa specie, i poeti, vivono ancora -metaforicamente parlando, s’intende - nelle caverne dove il pavimento è la terra stessa. Le pareti e il tetto sono la terra stessa. Vivere in una caverna è vivere NELLA terra non SU DI ESSA : Alla terra ai tuoi piedi tu chiedi/se quando sei a occhi chiusi/tra le palpebre serrate e buie/fuori il tempo rimuove le cose./ [pg. 31] Dalla terra il poeta trae nutrimento così come fanno le piante che crescono nelle vicinanze e gli animali che vagano nei pressi o il povero vagabondo in cerca di riparo. Dalla bocca della caverna (porta bianca) si vede il mondo reale e non un’immagine di esso. A volte si traccia un segno sulle pareti delle grotte, non per rappresentare paesaggi ma figure di sé, dei propri cari, degli antenati, degli spiriti. Proprio nel cuore della grotta, il fuoco-nel focolare-è una fonte non solo di calore ma di vita stessa. E a livello sonoro, la grotta risuona dei rumori del mondo. Così la grotta non è un contenitore della vita più di quanto lo sia il nostro corpo. Non viviamo all’interno del nostro corpo, ma - nel respirare, nel disegnare, nell’ascoltare, nel…mangiare- raccogliamo continuamente e alternativamente il mondo in noi stessi e del mondo ci liberiamo: .../l'insaziabile lingua del mistero/che è radice occulta nella notte,/voce che alla terra lega il cielo./... [pg. 43]. Evidentemente tutto nasce NEL suolo e non SU DI ESSO. Il poeta questo lo sa e ciò che …conta per una pianta, conta anche per lui, individuo nella caverna: avere accesso all’energia solare, alla luce! ...., chiedi,/come la luce invernale chiede/il colore delle cose al sole./[pg. 50] Questo aspetto dell’esperienza poetica viene sempre “evidentemente nascosto” da Andreotti ma, per fortuna, è già stato così vividamente evocato e descritto da Paul Klee: “Il seme mette radici, la linea dapprima si dirige verso la terra non per viverci ma per ritrarne energia onde emergere…”. eppure/inerpicandosi lungo il cielo/spalancò ariose lontananze, larghe/vallate percorse dal vento./...[pg.63] È il TRA tra la parola e il mondo, è questa la poesia perché la "pianta" è DELLA (e non SULLA) terra che è anche del cielo. È grazie a questa esposizione al mondo che la parola continua a esplodere non distruggendo, perforando una superficie bensì creandola. Ciò che il poeta pur non conoscendo ( o forse proprio per questo) crea è posto su questa superficie che separa parola e mondo. Ciò che distingue Questo individuo della specie non è la ricchezza o la povertà del suo vocabolario; non è la sua maggiore o minore conoscenza delle cose che accadono nel mondo; non è la perfezione o imperfezione dei suoi versi. No. Ciò che distingue il poeta è la sua attenzione agli stimoli anche a quelli più apparentemente insignificanti: una bambina che si scusa per averti urtato; un fiore che si schiude in questo istante; un orto di passeri e merli; una nebbia che fluttua l’orizzonte. La differenza dunque non sta in quanto si conosce ma...quanto bene. Mi appoggio a terra che odora di argilla,/tra ortiche e gelsi, sambuchi e tarassaco./Qui distinguo i colori sfuggenti,/i rumori infrattati in cespugli/così fitti da togliere il passo./Qui torno ogni tanto poiché/tutto ciò che il tempo mi ha perso/lo ritrovo nel tempo che mi ospita./ [pg.115]

giovedì 15 luglio 2021

Sono vasto, contengo moltitudini

Dopo aver letto il suo I poeti del sogno, (Inschillobeth , Roma 2020), l’autore, Antonio Fiori, è diventato, almeno per me, un chiaro e lampante esempio di mimetismo antropologico. Dunque un esempio perfetto anche della mia (nostra) identità.
Prima però facciamo un passo indietro all’epoca della… civiltà delle macchine. Nel settembre-dicembre 1977, sollecitato da Leonardo Sinisgalli, Italo Calvino scrive per il numero XXV della Civiltà delle macchine , la rivista creata dal poeta-ingegnere lucano, un pezzo dal titolo, appunto, Identità. “A scrivere sono io, certo, - scrive Calvino – “ma in questo io bisogna riconoscere la parte che ha il fatto che sono un bianco eurocentrico petrolifago e alfabetifero, perché se appartenessi a un altro tipo di cultura, con o senza scrittura, con ordinamento tribale o di clan, praticante culto vegetale o animale o degli antenati patrilineari o matrilineari, allora quello che scrivo dell’identità sarebbe completamente differente”. Calvino centra qui perfettamente l’aporia insita nel termine identità e nella sua stessa definizione e, in pratica, anticipa o se volete sintetizza, a modo suo, tanta antropologia su questo tema. Ad un certo punto scrive: “diciamo dunque che le condizioni necessarie dell’identità sono due: prima che io sia in grado di ripetere un’esperienza, sapendo di ripeterla, per esempio riconoscermi guardandomi allo specchio; seconda che gli altri siano in grado di capire da una volta all’altra che io sono sempre io”. Nel nostro mondo, “certezze” di questo tipo sono sempre più minacciate sia per la “difficoltà di guardarsi allo specchio e riconoscersi”, sia perché di altri ce ne sono molti di più e ne percepiamo come non mai la moltitudine. E più queste certezze si fanno labili più si sviluppa in noi una sorta di retorica dell’identità che ci fa dimenticare come ciò che definiamo Identità sia in effetti la risultante di un incontro con altri, di una contrapposizione ad essi ma anche di una mescolanza. Paradossalmente proprio in un momento storico nel quale motivazioni ideologiche, sociali, politiche e pandemiche spingono verso una riedizione di nozioni chiuse ed immobili, l’antropologia ha dimostrato in modi rigorosi e incontrovertibili che le identità di gruppi, popoli, etnie e personali non esistono in sé e per sé , ma si formano, si sviluppano e decadono in base e in funzione di continue contaminazioni, di intrecci complessi e di interazioni multiple, in modi e tempi caratterizzati da variabilità complessa. Si pensi a come il cambiamento climatico e la pandemia modificheranno (o hanno già modificato) le nostre identità. A questo punto potremmo anche noi, come ha fatto Calvino, lasciarci suggestionare dallo strumento più raffinato per definire questa benedetta identità . Una popolazione di agricoltori del Burkina Faso, i Samo, ritengono che l’identità di una persona sia costituita da nove componenti: 1) il corpo che si riceve dalla madre, 2) il sangue che si riceve dal padre, 3) l’ombra che il corpo proietta, 4) calore e sudore, 5 il respiro, 6) la vita, o meglio, una particella della vita, che è una entità in cui tutti gli esseri sono immersi, 7) il pensiero, suddiviso in intendimento e coscienza, 8) il doppio, che è la parte immortale, che può compiere e subire le stregonerie, 9) il destino individuale. A questi nove elementi bisogna poi aggiungere quattro attributi: il nome, l’omonimo soprannaturale, il segno dell’eredità e la presenza di una coppia di geni. Così gli elementi in gioco a definire una identità diventano 13-14 e collegano praticamente un singolo individuo all’umanità e all’universo. Possiamo allora ancora meravigliarci dei sotterfugi letterari come quelli cosiddetti di eteronimia o pseudonimia? Quei casi nei quali l’autore inventa (o scopre) un autore fittizio (o pseudoautore), che, nonostante la dimensione immaginaria, possiede una sua precisa personalità? Si pensi al filosofo Soren Kierkgaard o, al caso più rappresentativo tra i poeti, il portoghese Fernando Pessoa che aveva almeno altre quattro personalità letterarie (alias Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Bernardo Soares). O ancora, si pensi, a Elisa Sansovino alias Beppe Salvia. Gli eteronimi, come si sa, differiscono dagli pseudonimi perché questi ultimi sostituiscono il nome di un autore reale, che rimane così sconosciuto. Gli eteronimi invece coesistono con l'autore, e ne formano una sorta di estensione del carattere ( dei suoi desideri); sono personaggi completamente diversi che sembrano vivere di vita propria, scrivendo spesso con parole, metri e stili differenti da quelli dell'ortonimo (che è l’autore: vero e proprio fingitore!). E arriviamo a noi, al nostro Antonio Fiori visto come l’esempio più trasparente, un “gioiello” luminoso in grado di riflettere tutto quanto abbiamo detto su questa luce abbagliante dell’identità. Già nel suo famoso verso, Walt Whitman disse e contemplò tutto quanto: “Sono vasto, contengo moltitudini”. Nella operazione di Antonio Fiori, nel suo I poeti del sogno, questo verso si manifesta nella sua praticità: la poesia è vasta, contiene moltitudini di generi, poeti, epoche e lingue; di sangui che si sono mischiati nel corso della evoluzione della specie; di culture che si sono contaminate vicendevolmente; di parole, versi suoni e significati che hanno seguito orbite cometarie a volte così iperboliche da non poter rientrare a terra. Fiori nella sua (“nostra”) antologia poetica si veste e si traveste (o meglio sarebbe dire : si versa e si riversa) cercando di non dare nell’occhio. Attraversa le frontiere. Si ferma. Prende fiato e riparte. Si diverte a scivolare camuffato tra strade che hanno vissuto secoli, tra vite esaurite in un verso. Quasi ci invita a chiederci quello che si è chiesto lui nell’affrontare l’opera: “Come sarebbe stato se invece di travestirmi da Lucio Faleno, da Estella Ruiz Blanco, da Jules Tassard fino a Silvestra Bonetti e Kevin Stafford , avessi optato per travestirmi da Donato Angeli o addirittura restare vestito proprio da… Antonio Fiori?” Già, come veniamo osservati dagli altri. Ecco quello che ci sfugge: di quale luce ognuno di noi rifulge realmente. Ecco dove è la vera identità del poeta, dove si nasconde la vera poesia! Antonio Fiori non ce lo dice ma lo mostra al pari di quel gioiello della tradizione orientale la cui luminosità non dipende da una propria luce interna, ma da una… perfezione raggiunta, da quella capacità cioè di riflettere la luminosità della moltitudine di gioielli che lo circondano; ovvero più prosaicamente, l’identità può essere considerata equivalente al nodo di un tappeto, la cui esistenza dipende dai fili che lo compongono e che lo connettono agli altri nodi; ovvero più “scientificamente”, l’ identità può essere paragonata a un a-tomo che, come la fisica moderna ci ha svelato, contiene moltitudini. Proprio come un poeta.