lunedì 13 settembre 2021

Le Poesie Imagiste di Hilda Doolittle

Nel gennaio del 1913 sulla rivista statunitense Poetry apparvero tre poesie firmate H.D., imagiste. Le tre composizioni erano state inviate pochi mesi prima da Ezra Pound alla direttrice della rivista, Harriet Monroe, accompagnate da un biglietto di accompagnamento che diceva più meno così: “È nel tipico discorso laconico degli Imagisti…Nessuno scopo, andare dritti al sodo, nessuno eccesso di aggettivi. Evitare metafore che si rendano impossibili a un esame. È un parlare dritto – dritto come il greco!”. Lo stesso termine Imagisme fu coniato da Pound proprio per descrivere una qualità della sua amica d’infanzia, Hilda Doolittle, H.D. che pensava e scriveva per “immagini”. Hilda divenne H.D. anche grazie a Ezra che la incluse tra gli Imagisti trasformandola quasi in una specie di griffe del movimento. Hilda Doolittle era nata il 10 settembre 1886 a Bethlehem, in Pennsylvania, unica sopravvissuta di cinque fratelli. Il padre, professore di astronomia e legatissimo alla sua unica figlia, disapprovò il fidanzamento della sedicenne Hilda con Ezra Pound che a lei dedicò numerose poesie d’amore. H.D. e Ezra Pound fecero parte di quegli scrittori americani che all’inizio del 1900 scoprirono …l’Europa e che qui trascorsero la maggior parte della loro vita pubblica e privata. Come poetessa H.D. alternò la Grecia al Giappone, potremmo dire Saffo a Hokusai: nell’imagismo sono le immagini ad essere cesellate con rigore scultoreo nel verso e, probabilmente, la famosa onda del maestro giapponese rende appieno lo spirito ( e la difficoltà) di tradurre immagini, così “nitidamente intagliate”, in parole altrettanto nette e per certi versi spietate. Hilda Doolittle, in Italia, è pressoché sconosciuta : Massimo Bacigalupo ha curato per Archinto Fine al tormento: ricordando Ezra Pound; nel 1986, per Lucini Mary de Rachewiltz collezionò un tributo dal titolo H.D. e l’editore Raffaelli ha editato alcuni libri in lingua originale. Nel 2006 l’editore Liguori pubblica Visioni e proiezioni a cura di M. Vitale e nel 2016 Iacobelli editore pubblica la traduzione de Il dono, il romanzo scritto in prima persona che la stessa autrice definì "quasi autobiografico”. Oggi dopo 60 anni dalla sua morte avvenuta a Zurigo, Interno Poesia ci consegna le Poesie Imagiste di Hilda Doolittle nella traduzione di Giorgia Sensi.
La raccolta oltre che avvalersi di una nitida traduzione della Sensi che restituisce alle parole della Doolittle le sue immagini, si arricchisce di un prezioso saggio breve della traduttrice nel quale si traduce e …si ”tradisce” un'autentica passione per questa poesia indispensabile e ridotta alla sua purezza. Nella traduzione la Sensi ha pienamente rispettato l’urgenza del sentimento che secondo la Doolittle doveva venire perfettamente rappresentata dal linguaggio dove tanto i verbi che i sostantivi venivano messi al servizio di un'essenzialità di segno che non può e non deve cedere spazio ad alcuna notazione superflua. Per fare un esempio: in una delle poesia più famose di H.D., Oread, la Sensi riesce a restituire in ogni verso la propria immagine conchiusa e nel ritmo, che viene conservato nel passaggio da un rapido crescendo a un improvviso arresto, riesce ad evocare la furia dell’onda che dopo essersi gonfiata si abbatte nel silenzio [Turbina, mare –/ turbina i tuoi pini appuntiti,/ schizza i tuoi grandi pini/ sui nostri scogli,/ gettaci addosso il tuo verde,/ coprici con le tue pozze d’abete. ] La neutralità dello sguardo della Doolittle, come richiesto dalle regole imagiste, implicava la capacità di rendere, attraverso perizia poetica, l’invisibile movimento originario della natura. È probabile che la Doolittle nel comporre Oread avesse ben presente l’immagine dell’onda pietrificata di Hokusai; immagine chiara ma allo stesso tempo paradossale per esprimere il movimento. Quel particolare gioco di pieno e di vuoto - onnipresente nelle immagini giapponesi ma anche in quelle greche - dà figura al movimento ritmico della natura, a un flusso di ascesa e ricaduta che se è inscritto in tutte le cose può in-scriversi anche nella poesia. Era questa la lezione di H.D. e che oggi, grazie a Interno Poesia e a Giorgia Sensi, ci viene restituita intatta.

mercoledì 1 settembre 2021

Quando le donne suonavano i tamburi

Questa estate il mondo, per me, si è fatto cosmo grazie a una “donna che suona il tamburo”. Mettere ordine da sempre è stata una faccenda da donne. Non equivocate. Mi spiego. Mettere ordine vuol dire misurare e misurare implica il concetto di numero ovvero di entità che possono essere sommate o sottratte e che procedono in un ordine progressivo. Quando, come esseri umani, prendemmo coscienza che i numeri potevano esprimere lo scheletro del mondo, pervenimmo a una scoperta (invenzione?) che ha avuto un effetto maggiore di qualunque altra scoperta: il mondo cessava di essere semplicemente un mondo e diventava un kosmos, un insieme misurato ed ordinato dotato di senso e significato. Le donne , da sempre, sono state le depositarie naturali di questo potere di trasformare il caos in cosmo. Quando ho cominciato a leggere le poesie di Antonietta Gnerre contenute nella sua ultima raccolta, Quello che non so di me, il tamburo, per così dire, ha cominciato a battere e il disordine attuale ha lasciato uno spazio, seppure piccolo ed estivo, a un ordine dotato di senso e significato.
Vedi, l’Irpinia somiglia all’universo./La misuro con le imposte delle case distanti,/….Ecco, l’istante comprende ciò che siamo stati,/la resa degli anni che si riorganizza/…(pg. 17). È nella Misura dei nomi, nella prima sezione di questa raccolta, che Antonietta si presenta come donna che suona il tamburo e che mette ordine. Più e più volte questa generosità gratuita e spontanea di dare senso e significato attraverso una misura di nomi e cose, emerge chiara nella poesia di Antonietta. Si presenta immediatamente, questa generosità, fin dall’inizio, da quel… cercare nel tempo della semina le tracce confuse delle volpi (pg. 19); si ripete nel mostrarsi ancora nel…bacerei tutte le foglie che ho visto cadere (pg. 24). E così via, viene ribadita nel corso di tutta la raccolta a dimostrazione di quella coerenza e compattezza segnalata da Alessandro Zaccuri nella prefazione. Misurare, dunque contare, per fare. Così anche un semplice poggiare le mani sui muri caldi dell’ultima estate…serve a misurare chi siamo (pg. 31). Vi è una consapevolezza discreta ma profonda in questo generoso… fare: sai, siamo qui per misurarci nelle cose create/per imparare a numerare le noci,//come fanno i contadini./O a portare via i dolori dalle pietre(pg. 49). E così, pagina dopo pagina, poesia dopo poesia, verso dopo verso, Antonietta conta e racconta dell’universo (o dell’Irpinia, ma a questo punto , avrete capito, non ha importanza), la posizione esatta di tutti gli alberi(pg. 51). Tocca a noi a questo punto …impastare i suoi pensieri, cioè ascoltare il …numero, il suono, il ritmo del…tamburo. Quello che di noi non sappiamo (o abbiamo dimenticato) "ha contato tutte le mani che hanno lavato le lenzuola. E le cose ferme a terra… (e son solo)… tra gli abbracci delle piante e delle stelle”. Quello che di noi ha prestato attenzione è riuscito a tenere conto di tutte quelle cose emerse da millenni e che sono giunte qui e ora tra le pagine di una “semplice” raccolta. Il raccolto. Per millenni i tamburi sacri del Mediterraneo precristiano e dell’Asia occidentale sono stati suonati da donne, da sacerdotesse che erano custodi delle tradizioni spirituali delle prime civiltà e detenevano le chiavi per sperimentare il divino grazie alla … misura e al ritmo. Queste donne sapevano molto bene che il terrore che nasce dal caos poteva essere controllato: osservare le fasi della luna è stato il più antico modo di segnare il tempo. Se il sole stabilisce il ritmo quotidiano, il crescere e il calare della luna furono lo strumento naturale per misurare cicli settimanali, mensili, vitali. Sul ritmo …femminile era basato un calendario lunare precedente di circa 15.000 anni lo sviluppo dell’agricoltura. La più antica radice indo-ariana collegata ai corpi celesti è quella che significa “luna”, la radice “me” che in sanscrito diventa “mami”: io misuro. A questa stessa radice è collegato anche il termine “metra” che vuol dire matrice , utero e per traslato, madre, origine di qualcosa. Così la corrispondenza, anzi la simmetria cioè la commensurabilità, tra mettere ordine e creare è definitivamente stabilita tanto da mostrarsi nel modo più concreto possibile nella coerenza, appunto, e compattezza della Poesia di Antonietta Gnerre, una di quelle donne sapienti, che nel mondo greco sarebbero state definite pharmakeutriai, ovvero inventrici di farmaci e di rimedi salutari . Una di quelle Madri (mātrā) che al suono di un tamburo è in grado di misurare (metron) e di creare un cosmo. Anche per un breve e minuscolo spazio estivo. Riferimenti - Antonietta Gnerre, Quello che non so di me, Interno Poesia Editore, 2021; - Layne Redmond, Quando le donne suonavano i tamburi, Venexia, 2021; - Giorgio De Santllana, Hertha von Dechend, Sirio, Adelphi, 2020; - Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, 2008; - Ananda Ketish Coomaraswamy, La tenebra divina, Adelphi, 2017.

sabato 24 luglio 2021

TRA la parola e il mondo

Non è bello autocitarsi ma lo faccio esclusivamente per riaffermare un…compiacimento di specie e poi perché credo che la poesia sia un indecifrabile fenomeno di citazioni astronomiche, geologiche, biologiche e biografiche. In una mia precedente recensione sulla poesia di Angelo Andreotti, poeta del quale continuo ad occuparmi anche qui di seguito, ho “presentito”, per così dire, il titolo della sua nuova raccolta: “…possiamo immaginare un mondo senza luoghi…ma è difficile immaginare un mondo senza lo scorrere del tempo anche se questo fluire …è assente alla descrizione del mondo. Questo flusso non può essere descritto, studiato, interrogato ma solo mostrato e uno dei modi per farlo è quello di mischiare le parole al mondo…” Il poeta è colui che sta tra parola e mondo; è cioè l’individuo della specie umana che in questa confusione, anzi: tra queste confusioni (le parole da una parte e tutto ciò che accade dall’altra) sta sulla superficie che le separa. Come un faro nel suo calmo fermento di nebulosa iridiscenza che nulla indica e nulla dice ma mostra. Nel Prologo dell’ultima raccolta di Andreotti, Tra parola e mondo (Manni Editore 2021), c’è questa immagine del faro che ancora una volta mi rafforza nell’idea che il poeta, dalla sua posizione più o meno privilegiata, più o meno scomoda, invia sempre lo stesso identico messaggio iridescente e, se volete, sonoro, per gettare luce (e suono) sulle trasformazioni che accadono intorno a lui.
Da questo discende il mio personale compiacimento di…specie per l’autocitazione: bazzicando da tempo le parole di Andreotti nel loro precipitare da un tempo e da un ritmo comune, mi piace confermare la presenza nella nostra specie di individui che ci riportano, “naturalmente”, tra i boschi, per terra, nelle caverne: Nel bosco i rami, già dal primo autunno,/schiudono il cielo con dita ritorte./La terra stringe alle radici gli alberi/ma le radici obbediscono al sole/...[pg.9] Gli individui di questa specie, i poeti, vivono ancora -metaforicamente parlando, s’intende - nelle caverne dove il pavimento è la terra stessa. Le pareti e il tetto sono la terra stessa. Vivere in una caverna è vivere NELLA terra non SU DI ESSA : Alla terra ai tuoi piedi tu chiedi/se quando sei a occhi chiusi/tra le palpebre serrate e buie/fuori il tempo rimuove le cose./ [pg. 31] Dalla terra il poeta trae nutrimento così come fanno le piante che crescono nelle vicinanze e gli animali che vagano nei pressi o il povero vagabondo in cerca di riparo. Dalla bocca della caverna (porta bianca) si vede il mondo reale e non un’immagine di esso. A volte si traccia un segno sulle pareti delle grotte, non per rappresentare paesaggi ma figure di sé, dei propri cari, degli antenati, degli spiriti. Proprio nel cuore della grotta, il fuoco-nel focolare-è una fonte non solo di calore ma di vita stessa. E a livello sonoro, la grotta risuona dei rumori del mondo. Così la grotta non è un contenitore della vita più di quanto lo sia il nostro corpo. Non viviamo all’interno del nostro corpo, ma - nel respirare, nel disegnare, nell’ascoltare, nel…mangiare- raccogliamo continuamente e alternativamente il mondo in noi stessi e del mondo ci liberiamo: .../l'insaziabile lingua del mistero/che è radice occulta nella notte,/voce che alla terra lega il cielo./... [pg. 43]. Evidentemente tutto nasce NEL suolo e non SU DI ESSO. Il poeta questo lo sa e ciò che …conta per una pianta, conta anche per lui, individuo nella caverna: avere accesso all’energia solare, alla luce! ...., chiedi,/come la luce invernale chiede/il colore delle cose al sole./[pg. 50] Questo aspetto dell’esperienza poetica viene sempre “evidentemente nascosto” da Andreotti ma, per fortuna, è già stato così vividamente evocato e descritto da Paul Klee: “Il seme mette radici, la linea dapprima si dirige verso la terra non per viverci ma per ritrarne energia onde emergere…”. eppure/inerpicandosi lungo il cielo/spalancò ariose lontananze, larghe/vallate percorse dal vento./...[pg.63] È il TRA tra la parola e il mondo, è questa la poesia perché la "pianta" è DELLA (e non SULLA) terra che è anche del cielo. È grazie a questa esposizione al mondo che la parola continua a esplodere non distruggendo, perforando una superficie bensì creandola. Ciò che il poeta pur non conoscendo ( o forse proprio per questo) crea è posto su questa superficie che separa parola e mondo. Ciò che distingue Questo individuo della specie non è la ricchezza o la povertà del suo vocabolario; non è la sua maggiore o minore conoscenza delle cose che accadono nel mondo; non è la perfezione o imperfezione dei suoi versi. No. Ciò che distingue il poeta è la sua attenzione agli stimoli anche a quelli più apparentemente insignificanti: una bambina che si scusa per averti urtato; un fiore che si schiude in questo istante; un orto di passeri e merli; una nebbia che fluttua l’orizzonte. La differenza dunque non sta in quanto si conosce ma...quanto bene. Mi appoggio a terra che odora di argilla,/tra ortiche e gelsi, sambuchi e tarassaco./Qui distinguo i colori sfuggenti,/i rumori infrattati in cespugli/così fitti da togliere il passo./Qui torno ogni tanto poiché/tutto ciò che il tempo mi ha perso/lo ritrovo nel tempo che mi ospita./ [pg.115]

giovedì 15 luglio 2021

Sono vasto, contengo moltitudini

Dopo aver letto il suo I poeti del sogno, (Inschillobeth , Roma 2020), l’autore, Antonio Fiori, è diventato, almeno per me, un chiaro e lampante esempio di mimetismo antropologico. Dunque un esempio perfetto anche della mia (nostra) identità.
Prima però facciamo un passo indietro all’epoca della… civiltà delle macchine. Nel settembre-dicembre 1977, sollecitato da Leonardo Sinisgalli, Italo Calvino scrive per il numero XXV della Civiltà delle macchine , la rivista creata dal poeta-ingegnere lucano, un pezzo dal titolo, appunto, Identità. “A scrivere sono io, certo, - scrive Calvino – “ma in questo io bisogna riconoscere la parte che ha il fatto che sono un bianco eurocentrico petrolifago e alfabetifero, perché se appartenessi a un altro tipo di cultura, con o senza scrittura, con ordinamento tribale o di clan, praticante culto vegetale o animale o degli antenati patrilineari o matrilineari, allora quello che scrivo dell’identità sarebbe completamente differente”. Calvino centra qui perfettamente l’aporia insita nel termine identità e nella sua stessa definizione e, in pratica, anticipa o se volete sintetizza, a modo suo, tanta antropologia su questo tema. Ad un certo punto scrive: “diciamo dunque che le condizioni necessarie dell’identità sono due: prima che io sia in grado di ripetere un’esperienza, sapendo di ripeterla, per esempio riconoscermi guardandomi allo specchio; seconda che gli altri siano in grado di capire da una volta all’altra che io sono sempre io”. Nel nostro mondo, “certezze” di questo tipo sono sempre più minacciate sia per la “difficoltà di guardarsi allo specchio e riconoscersi”, sia perché di altri ce ne sono molti di più e ne percepiamo come non mai la moltitudine. E più queste certezze si fanno labili più si sviluppa in noi una sorta di retorica dell’identità che ci fa dimenticare come ciò che definiamo Identità sia in effetti la risultante di un incontro con altri, di una contrapposizione ad essi ma anche di una mescolanza. Paradossalmente proprio in un momento storico nel quale motivazioni ideologiche, sociali, politiche e pandemiche spingono verso una riedizione di nozioni chiuse ed immobili, l’antropologia ha dimostrato in modi rigorosi e incontrovertibili che le identità di gruppi, popoli, etnie e personali non esistono in sé e per sé , ma si formano, si sviluppano e decadono in base e in funzione di continue contaminazioni, di intrecci complessi e di interazioni multiple, in modi e tempi caratterizzati da variabilità complessa. Si pensi a come il cambiamento climatico e la pandemia modificheranno (o hanno già modificato) le nostre identità. A questo punto potremmo anche noi, come ha fatto Calvino, lasciarci suggestionare dallo strumento più raffinato per definire questa benedetta identità . Una popolazione di agricoltori del Burkina Faso, i Samo, ritengono che l’identità di una persona sia costituita da nove componenti: 1) il corpo che si riceve dalla madre, 2) il sangue che si riceve dal padre, 3) l’ombra che il corpo proietta, 4) calore e sudore, 5 il respiro, 6) la vita, o meglio, una particella della vita, che è una entità in cui tutti gli esseri sono immersi, 7) il pensiero, suddiviso in intendimento e coscienza, 8) il doppio, che è la parte immortale, che può compiere e subire le stregonerie, 9) il destino individuale. A questi nove elementi bisogna poi aggiungere quattro attributi: il nome, l’omonimo soprannaturale, il segno dell’eredità e la presenza di una coppia di geni. Così gli elementi in gioco a definire una identità diventano 13-14 e collegano praticamente un singolo individuo all’umanità e all’universo. Possiamo allora ancora meravigliarci dei sotterfugi letterari come quelli cosiddetti di eteronimia o pseudonimia? Quei casi nei quali l’autore inventa (o scopre) un autore fittizio (o pseudoautore), che, nonostante la dimensione immaginaria, possiede una sua precisa personalità? Si pensi al filosofo Soren Kierkgaard o, al caso più rappresentativo tra i poeti, il portoghese Fernando Pessoa che aveva almeno altre quattro personalità letterarie (alias Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Bernardo Soares). O ancora, si pensi, a Elisa Sansovino alias Beppe Salvia. Gli eteronimi, come si sa, differiscono dagli pseudonimi perché questi ultimi sostituiscono il nome di un autore reale, che rimane così sconosciuto. Gli eteronimi invece coesistono con l'autore, e ne formano una sorta di estensione del carattere ( dei suoi desideri); sono personaggi completamente diversi che sembrano vivere di vita propria, scrivendo spesso con parole, metri e stili differenti da quelli dell'ortonimo (che è l’autore: vero e proprio fingitore!). E arriviamo a noi, al nostro Antonio Fiori visto come l’esempio più trasparente, un “gioiello” luminoso in grado di riflettere tutto quanto abbiamo detto su questa luce abbagliante dell’identità. Già nel suo famoso verso, Walt Whitman disse e contemplò tutto quanto: “Sono vasto, contengo moltitudini”. Nella operazione di Antonio Fiori, nel suo I poeti del sogno, questo verso si manifesta nella sua praticità: la poesia è vasta, contiene moltitudini di generi, poeti, epoche e lingue; di sangui che si sono mischiati nel corso della evoluzione della specie; di culture che si sono contaminate vicendevolmente; di parole, versi suoni e significati che hanno seguito orbite cometarie a volte così iperboliche da non poter rientrare a terra. Fiori nella sua (“nostra”) antologia poetica si veste e si traveste (o meglio sarebbe dire : si versa e si riversa) cercando di non dare nell’occhio. Attraversa le frontiere. Si ferma. Prende fiato e riparte. Si diverte a scivolare camuffato tra strade che hanno vissuto secoli, tra vite esaurite in un verso. Quasi ci invita a chiederci quello che si è chiesto lui nell’affrontare l’opera: “Come sarebbe stato se invece di travestirmi da Lucio Faleno, da Estella Ruiz Blanco, da Jules Tassard fino a Silvestra Bonetti e Kevin Stafford , avessi optato per travestirmi da Donato Angeli o addirittura restare vestito proprio da… Antonio Fiori?” Già, come veniamo osservati dagli altri. Ecco quello che ci sfugge: di quale luce ognuno di noi rifulge realmente. Ecco dove è la vera identità del poeta, dove si nasconde la vera poesia! Antonio Fiori non ce lo dice ma lo mostra al pari di quel gioiello della tradizione orientale la cui luminosità non dipende da una propria luce interna, ma da una… perfezione raggiunta, da quella capacità cioè di riflettere la luminosità della moltitudine di gioielli che lo circondano; ovvero più prosaicamente, l’identità può essere considerata equivalente al nodo di un tappeto, la cui esistenza dipende dai fili che lo compongono e che lo connettono agli altri nodi; ovvero più “scientificamente”, l’ identità può essere paragonata a un a-tomo che, come la fisica moderna ci ha svelato, contiene moltitudini. Proprio come un poeta.

martedì 22 giugno 2021

I poeti del Sogno e i sogni del Poeta

La poesia emerge dove meno te l’aspetti ma c’è un luogo, eminentemente favorito, per questa…apparizione ed è il sogno. Si racconta che il primo poeta anglosassone imparò l’arte del canto in sogno. Caedmon era un pastore analfabeta che a mala pena parlava. Ogni volta che durante un festeggiamento intorno al fuoco si decideva che si dovesse cantare una canzone, Caedmon, si tirava indietro con la scusa di dover badare al gregge. Una sera dopo cena qualcuno gli passò l’arpa e lui, più imbarazzato del solito, scappò in una stalla. Qui si addormentò e fece uno strano sogno. Una figura misteriosa, probabilmente un messaggero divino, gli apparve e gli disse “Devi cantarmi qualcosa”. Caedmon nel sogno gli rispose: “Non ne sono capace. Per questo ho preferito nascondermi qui , piuttosto che stare con i miei amici ad ubriacarmi intorno al fuoco”. Ma l’angelo (o il demone) lo incalzò chiedendogli di cantare e Caedmon spazientito e allo stesso tempo intimorito da questa figura domandò: “Ma dimmi. Cosa devo cantare?” Questo episodio mi è tornato alla mente leggendo il libro di Antonio Fiori , I poeti del sogno. Piccola antologia (Inschibboleth, Roma, 2020) che è una sorprendente antologia di poeti di diverse epoche che nel corso della storia hanno ricevuto tutti lo stesso identico sogno. Tutti, a cominciare dal primo poeta antologizzato, Lucio Faleno Magno con alcuni suoi fragmenta dell’età augustea, fino all’ultimo, il ligure Gherardo Finzio laureato in architettura e praticante presso lo studio di un giovane Renzo Piano, tutti e dodici questi poeti hanno fatto quello stesso sogno: un misteriosa figura, percepita come un angelo ( o un demone), che riferisce loro lo stesso (incomprensibile) messaggio. Nei versi dei poeti antologizzati non vi è ovviamente alcun riferimento al sogno, ma Fiori nella sua appassionata e appassionante “ricerca”, ricostruisce le vite di questi poeti e stabilisce per ognuno, attraverso cenni biografici, documenti apocrifi, aneddoti, la pertinenza dell’accaduto, di un sogno che in un modo o nell’altro ha decisamente influenzato la vita dell’autore. Le testimonianze e gli stessi testimoni riportati da Fiori nelle biografie dei poeti sono tutti autentici e documentabili. Gli amici dei poeti, alcuni avversari o peggio, artisti invidiosi del successo o della bravura del poeta, sono personaggi realmente esistiti. Chi davvero non esiste nella realtà di questo libro è il Poeta o meglio, paradossalmente, ne esiste solo uno: Antonio Fiori. Già perché gli autori di questa suggestiva antologia metaletteraria sono tutti inventati , creati dall’unico artefice che così senza nulla fare, fa. Decidendo con quest’opera di “sparire” come poeta, di confondere ogni traccia letterariamente rilevabile della sua presenza ( i testi sono così vari e filologicamente corretti per l’epoca di ogni singolo “autore”, da “non essere” testi di…Antonio Fiori), l’autore sembra porre la domanda che aspetta una ineludibile risposta: che cos’è reale? E insieme agli altri enigmi racchiusi in questo piccolo scrigno letterario (p.es. cosa dice l’emissario divino? In quale lingua parla? Perché i poeti antologizzati sono 12?), è questo l’enigma degli enigma. Cosa è davvero reale della/nella nostra vita? Noi contemporanei abitiamo un mondo quantistico nel quale la nostra realtà, se vogliamo davvero esserne consapevoli, a livello subatomico è sensibile più alla volontà e alla percezione che alla nostra abilità intellettuale e tecnico scientifica, il che suggerisce una vaga somiglianza con questo mondo di messaggi provenienti da chissà dove ( da un inconscio più o meno collettivo? Da un aldilà? Da un altro universo o da un altro tempo?) creato da Antonio Fiori. Gli enigmi verranno tutti (quasi) risolti dall’autore nella sua postfazione e quindi come è nella migliore delle tradizioni, terrò nascosto il “finale” dell’antologia (quando mai il lettore è stato incuriosito da questo se non nei gialli?) , ma tornando per un attimo al famoso sogno iniziale del nostro pastore anglosassone, noi sappiamo cosa il messaggero risponde quando Caedmon gli chiede “ Ma cosa devo cantare?” “Canta l’origine delle cose create”, gli ordina il messaggero. Caedmon allora apre la bocca e per la prima volta canta e, con sua grande meraviglia, ne sgorgano magnifici versi in lode a Dio. Caedmon si risveglia così poeta ma la poesia che canta al risveglio non è così bella come quella che aveva …cantato?...ascoltato?...nel sogno. Già, tutti i poeti sanno che non è possibile tradurre letteralmente ciò che si ascolta senza sacrificare una parte dell’originaria bellezza. Per questo il messaggio dell’angelo o demone, pur essendo sempre lo stesso, risulta incomprensibile e intraducibile a tutte le lingue dei dodici poeti del sogno. E così Fiori ancora una volta ci suggerisce che si viene spinti a scrivere una poesia, ci si sente chiamati a cantare, per via di un impulso trascendente, un indefinibile desiderio di superare la dimensione finita e storica e raggiungere finalmente la Realtà che sta dietro a tutte le cose. Nel biglietto d’invito era ossequioso/ in ciascuno chiudeva: “L’aspetto fiducioso”./ La festa era la sera degli Angeli, il due agosto./ Quel giorno, all’ora del tramonto, tutto era pronto:/ accesi i candelabri, i tavoli imbanditi/ la piccola orchestra che prova gli strumenti/ il salone, al centro, già vuoto per le danze./ Ma l’attesa fu vana, e fu snervante./ A mezzanotte, insonne, aperte le finestre,/ solo, ascoltava la voce delle onde. / [di Carlo Gasperino, 1934]

mercoledì 14 aprile 2021

Geologia dell'io: l' Urlo di Joumana Haddad

Stavo rileggendo la poesia Itaca di Costantino Kavafis nella traduzione riportata in questi agili libretti che il sabato e la domenica invitano a prendere quotidiani e settimanali, quando mi è arrivato un whatsapp. Prima di continuare fatemi però dire una cosa: se il bene rifugio del mondo materiale è il mattone, non vi è ombra di dubbio che quello per il mondo ideale è la poesia. Nei momenti di crisi (economiche , pandemiche, storiche, ambientali, individuali) eccoti arrivare il bene rifugio in formato mattone o…mattoncino (come a volte, ahinoi, risulta percepita la poesia). Dunque riprendiamo. Il whatsapp del mio amico e appassionato sodale di nuovi versi mi suggerisce una delle sue ultime rivelazioni/scoperte, la poetessa libanese Joumana Haddad e il messaggio arriva proprio quando nella poesia di Kavafis stavo leggendo: negli empori fenici indugia e acquista/madreperle coralli ebano e ambre/tutta merce fina… e poiché credo che di questi tempi, le uniche cose sicure siano le coincidenze ho mollato gli antichi empori fenici di Kavafis e mi sono fiondato nel moderno Libano alla speranzosa scoperta della… svelata rivelazione. Non vorrei essere frainteso: Itaca di Kavafis è una poesia bellissima soprattutto se chi la legge (e a furia di rileggerla) crede di aver capito che Itaca è la conoscenza, che il viaggio è la vita e che i Lestrigoni, i Ciclopi e Poseidone sono le proprie paure. Ma una poetessa, libanese e che solo per questo, mi ricordava la giovane Warda del capitano Jon Iturri nel bellissimo libro di Alvaro Mutis, L’ultimo scalo del Tramp Steamer, erano tutti ingredienti che rafforzavano la coincidenza e che in breve finirono per esercitare su di me un’accelerazione fisica e mentale così prepotente da staccarmi definitivamente da Itaca, dal Mar Ionio, da Terra, dalla poesia di Kavafis. Io sono il sesto giorno di dicembre del 1970. Così si presenta nel “primo” verso della sua poesia, Geologia dell’io, Joumana Haddad. E questo… Genesi sui generis è già tutto un programma. Sono l’ora poco dopo le dodici. Continua Joumana e poi il tempo, improvvisamente, non perde più tempo. Sono le urla di mia madre che mi dà la vita,/le sue urla che le danno vita. Vita che, per dare e darsi vita, urla e dunque questo natale meridiano e privato si trasforma in un piccolo big bang sonoro dove a dispetto di qualunque luce arriva prima l’ urlo (cosa è, in fondo, quella radiazione “fossile” captata e registrata in ogni direzione e verso del nostro Universo?). In barba a qualunque legge fisica! L’urlo è la prima poesia di Joumana. In barba a qualunque “legge” poetica. Il silenzio viene prima del buio e dunque la voce prima della luce. E questa affermazione del suono si avverte in tutta la poesia di Joumana. È il suono dello schiaffo del medico che la rianimò, il suono di tutti gli altri schiaffi, successivi al primo, che hanno provato a rianimarla, che l’hanno distrutta. È la voce di Abele che la rimprovera, la litania delle tabelline, la bugia di Babbo Natale. La menzogna di Dio. In Geologia dell’io, davvero Joumana continua la poesia nata da quel primo verso, l’urlo della madre che ha (ri)dato vita a entrambe e in questa stratificazione del suo io-cosmo, questa donna-uomo che sarà-sarò, questi lei e lui che gridano e i lui e lei che leggono queste parole, ognuna, ognuno sembra scoprire la propria universale individualità così vicina al sentire di una popolazione “primitiva” dell’Africa interna che nella persona umana distingue le seguenti componenti: il corpo e l’urlo che si riceve dalla madre, il sangue che si riceve dal padre, l’ombra che il corpo proietta e il calore, il sudore. E poi ancora il respiro e la vita, o meglio, una particella di quella vita nella quale tutti gli esseri sono immersi e poi il pensiero suddiviso in intendimento e coscienza e il doppio, la parte cioè immortale che può compiere e subire le stregonerie, quella parte cioè che si stacca ogni notte per vagare nei sogni e poi recarsi, poco prima di morire, nel villaggio dei morti dove avrà altre due vite e altre due morti per incarnarsi nuovamente e continuare a urlare e proferire parole come quelle di Joumana a volte scomode, a volte anche crudeli ma sempre avvolgenti e vibranti, impreviste e imprevedibili… Sono la mia spina dorsale che urla in faccia ai miei traditori./Sono i miei occhi che cercano il buio che m’appartiene./Sono il mio dolore/il mio dolore, sì./Sono il mio grido nel pieno della notte/(soppresso al momento giusto)./Sono quello che mi dicono di non dire/di non sognare/di non pensare/di non osare/di non prendere. …. Sono la follia e l’assenza che mi hanno preceduta./E le piccole, irrilevanti cose che svelano… E così grazie a Joumana e a questa “piccola” epifania posso davvero fare ritorno a ….Itaca e cambiare idea, scoprire cioè che quell’isola non è propriamente la conoscenza come avevo, fino a poco (tanto, troppo) tempo fa, creduto, ma è Carne. Che la Vita non è un viaggio ma un Urlo e che, per questo, siamo noi a fare paura ai Lestrigoni ai Ciclopi, a Poseidone. Sì, credo che sia proprio così, le uniche cose sicure sono le coincidenze nel vero senso della parola: le coincidenze che da Itaca ti fanno arrivare in Libano e che da un verso ti conducono al… verso opposto. Dopo aver viaggiato in compagnia di Joumana Haddad ognuno di noi è la donna (o l’uomo ) che non è adesso, ognuno di noi capisce di essere tutte le cose e le persone che era ieri, che sarà domani e che compongono, scompongono e ricompongono quest’urlo che dà e ci dà vita.

martedì 23 febbraio 2021

All'età di 101 è scomparso alla nostra vista Lawrence Ferlinghetti. Ripropongo qui di seguito il Post delle Fragole dell'anno scorso che celebrava i suoi 100 anni. _____________________________________________________________________________ Ṛta (devanāgarī ऋत) è un termine sanscrito che compare negli antichi testi indiani dei Veda (ca. 2000 a.C.). Con Ṛta si intende l' "ordine cosmico" a cui soggiace l'intera realtà, ma anche una consuetudine sacra ovvero l'associazione tra il rito sacrificale e il ritmo dell'universo a cui esso è strettamente associato. Esso prelude, quindi, al termine più diffuso, e successivo, di Dharma (Legge cosmica).
Il termine Ṛta deriva da (radice sanscrita di "muoversi") e *ar (radice indoeuropea di "modo appropriato"), quindi "muoversi, comportarsi, in modo corretto". Così Ṛta acquisisce il pieno significato di "ordine cosmico" ovvero della Realtà che procede priva di contrapposizioni od ostacoli.
Questo termine è legato, sempre per mezzo della radice indoeuropea di *ar, al termine greco harmos (da cui l'italiano "armonia") e al latino ars da cui "arte".
Non possiamo quindi evitare un collegamento diretto tra questo termine e l’arte in generale vista come attività che “si fa (si muove) in modo appropriato” come un vero e proprio rito con un suo ritmo: parole che non possono non essere accostate per nascita etimologica proprio a Rta. Parole che non possono non ricordarci quello che, ad esempio, la poesia dovrebbe appropriatamente fare, vale a dire ex-movere e cum-movere.
Ṛta è particolarmente considerato nei riti e nelle pratiche artistiche, ovvero nella corretta esecuzione del farsi (rito) che permette la permanenza stessa di un equilibrio cosmico (ritmo).

Tutta questa premessa per introdurre la fondamentale Lettera ai Pisoni di Orazio e parlare dell’armonia o, che è lo stesso, dell’Arte Poetica.

Ma si può partire anche dalla fine, cioè da oggi (ca. 2000 d.C.) e compiere un viaggio speculare a quello che va dalla parola ars alla Lettera ai Pisoni.
È un viaggio a ritroso che parte dal poeta centenario Lawrence Ferlinghetti e arriva alla stessa Epistola del poeta lucano di Venosa.
Come avrebbe detto il premio Nobel della letteratura Tomas Tranströmer ( grandissimo ammiratore del poeta Orazio): non solo noi guardiamo i ricordi ma anche loro ci guardano.

Il poeta-editore- impresario della controcultura americana Lawrence Ferlinghetti nel 2019 compirà 100 anni. Questo little boy che ha visto lo sbarco sulla Luna quando era appena cinquantenne intende chiudere la sua opera con un autobiografia che l’editore Doubleday ha deciso di pubblicare negli Stati Uniti poco prima del giorno 24 Marzo in cui il protagonista della Beat Generation arriverà appunto al suo secolo di vita.
Il poeta chiude così la sua autobiografia:

«Little boy, cresciuto da dissidente romantico, ha mantenuto la sua visione giovanile di una vita destinata a durare per sempre, immortale come lo è ogni giovane, convinto che la sua identità speciale non perirà mai , sì, credendo tutto ciò a dispetto del destino sfrenato dell’intera umanità che, secondo gli scienziati, ben presto scomparirà, con la Sesta Estinzione della vita sulla Terra. Ecco perché il canto degli uccelli, ora, non è un cinguettio di estasi ma un grido di disperazione».

Potrebbe sembrare una dichiarazione apocalittica ma non lo è perché nonostante l’estinzione annunciata (dal canto degli scienziati); nonostante il canto di disperazione degli uccelli ( o di chi dimentica di essere un little boy ), il Poeta da sempre ha la consapevolezza che non omnis moriar (Orazio, Odi, III, 30, 6), cioè di non morire del tutto e quindi che non tutto morirà.
Nel suo volumetto di 116 pagine dal titolo Cos’è la poesia, Ferlinghetti assegna un compito all’arte poetica e fa del poeta un protagonista dei tempi. Solo un forte richiamo ai valori umani interiori e una poesia che li esprima attraverso una trasmissione orale possono riportare l’umanità ad una condizione di armonia e farle recuperare l’equilibrio perduto.
Il suo amico Jack Kerouac avrebbe parlato, di ordine cosmico, di Dharma.
Cos’è la poesia si compone di due parti: nella prima il poeta si sofferma sui temi e i modi della produzione poetica. Nella seconda parte, dal titolo evocativo Sfide per giovani poeti , Ferlinghetti mostra ai giovani attratti dalla poesia, le vie del fare poetico: il modo corretto di muoversi.
Il rito e il ritmo. Parole che, ripeto, guardano alla radice sanscrita Ṛta ( "ordine cosmico") e dunque alla Ars poetica di Orazio e che dalla stessa radice sono guardate.
A sfogliare le pagine di Cos’è la poesia del poeta beat sono tantissimi i rimandi e i richiami al poeta Orazio a quella comune fiducia nell’altezza e validità dell’arte e alla convinzione di un messaggio che possa valicare i confini dello spazio e del tempo. Ferlinghetti non fa che ribadire con stringatezza quasi aforistica le idee formulate nell’Ars poetica di Orazio e che l’arte è la forza di queste idee, religione dell’anima e che dunque il poeta è un semplice banditore impegnato a divulgarle, sensibilizzare ed educare ad esse.

E le idee sono quelle che richiedono un rito per un ritmo con lo scopo di preservare un ordine o ripristinarlo: il requisito di semplicità e unitarietà (simplex et unum) dell’opera ; un perspicace accostamento (callida iunctura) di termini da cui possano scaturire nuovi significati; il criterio determinante dell’usus, della lingua viva, parlata e scritta, nel decretare la nascita, morte e resurrezione di voci antiche e moderne; la messa al bando di paroloni lunghi “un piede e mezzo” (sesquipedalia verba) che rendono stucchevole il frasario tragico; evitare la «montagna» di un altisonante esordio che partorisce il «topolino»; attingere ai vantaggi (commoda) che gli anni nel sopraggiungere portano con sé e che sottraggono scappando via; indugiare nel labor limae di una paziente e infinita revisione formale; lasciarsi sedurre dalle coppie complementari ars/ingenium e natura/ars per stabilire «un’ amichevole congiura»; ricercare l’equilibrio tra dulce e utile.

Ma le idee sono anche quelle che richiedono un ritmo per un rito, per poter cantare un’armonia nascosta che avvertiamo soprattutto in quei momenti nei quali il canto degli uccelli non sembra più essere un canto d’estasi o quando perdiamo la nostra visione giovanile di una vita destinata a durare per sempre, immortale come lo è un giovane, anche di 100 anni, convinto che la sua identità speciale non morirà mai.
Come lo siamo convinti noi.

Da Greatest Poems (Mondadori, Lo Specchio, 2018)

Pound a Spoleto
[…]
In sala di colpo si era fatto silenzio. Quella voce mi ha sconvolto, così pacata, così sottile, così flebile, eppure così tenace. Ho posato la testa sopra le braccia sulla balaustra di velluto. Mi sono sorpreso nel vedere una lacrima, una sola, cadermi su un ginocchio. La sottile, indomita voce continuava a risuonare. Uscendo alla cieca dalla porta sul retro del palco sono passato nel corridoio deserto di quel teatro dove gli altri, seduti, erano ancora girati verso di lui, poi sono sceso e sono andato fuori nella luce del sole, piangendo…

Lassù sopra la città
____________________lungo l’antico acquedotto
________________i castagni
___________________erano ancora in fiore
Muti uccelli
____________volavano nella valle
________________________________molto più giù
Il sole splendeva
___________________sui castagni
e le foglie
_____________stormivano al sole
___________e stormivano stormivano stormivano
_____________E avrebbero continuato a stormire
La sua voce
______________risuonava
_______________________risuonava
________________________________tra le foglie…