giovedì 18 aprile 2019

Fabrizio Lombardo: la subdola inclinazione

Il poeta bolognese Fabrizio Lombardo è stato il primo ospite della rassegna di poesia, Canoni In-versi , organizzata dal Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara e curata dal Direttore della Biblioteca Ariostea, Angelo Andreotti.
I poeti invitati a Canoni in-versi dovranno, secondo le intenzioni dei curatori, “…mettere in gioco la loro poesia mostrando il cantiere nella quale si è formata. Si parlerà dunque non soltanto di poesia, ma anche di narrativa, musica, cinema, e insomma di tutto ciò che accompagna e nutre l’esperienza poetica. Verranno rivelate le mappe nascoste all’interno dei loro versi, l’ambiente emotivo e culturale che li ha nutriti….”
(https://www.estense.com/?p=771108).

Per esempio Fabrizio Lombardo ha aperto il rotolo della sua cartografia poetica, rivelando il paesaggio in cui si è mosso e continua a muoversi il suo lavoro poetico: abbiamo così sentito parlare di Kafka e T.S. Eliot; Joy Division e Leonard Cohen; Antonio Porta e Roberto Roversi; Michelangelo Antonioni e i videoclip di Jonathan Glazer.
Già da questo primo appuntamento quindi è stato possibile apprezzare quanti e quali sono i canoni che entrano nei versi di un poeta.

Fabrizio Lombardo è nato a Bologna nel 1968 e lavora per una catena di librerie. È redattore di Versodove – rivista di letteratura che ha contribuito a fondare nel 1994 e con la quale cura la rassegna Passaggi di versi all’interno di “Passaggi Festival della Saggistica” di Fano. Ha pubblicato Carte del cielo (VersodoveTesti 1999), Confini provvisori (Edizioni Joker 2008), le plaquette Il cerchio e il silenzio (Squadro Edizioni Grafiche 1995) e di quello che resta (Quaderni di poesia 1998). Sue raccolte sono presenti in numerose antologie.
Il suo ultimo libro è Coordinate per la crudeltà (Edizioni Kurumuny 2018) che seleziona gli ultimi 10 anni di… raccolto.


Non si sbaglia nel sottolineare un aspetto geografico della poesia di Lombardo ( i titoli passati e quest’ultimo ne sono la dimostrazione): il Poeta assume questo ruolo di cartografo in grado di segnalare “voi siete qui” o di tentare l’accenno di un percorso dal passato o tratteggiare quello verso un futuro. Evidentemente oggi più che mai, in un mondo dove tutto si confonde, è ancora più complicato fare il punto, trovare dunque un origine ( un punto di partenza, una identità) e tracciare delle coordinate precise in grado , come dice Lombardo, di separare/unire la memoria del passato e il rumore del presente o soltanto riconoscere un sopra e un sotto:

***
solo la dissonanza ci descrive. un modo per dire
che tutto quello che è venuto a mancare – non l’amore
intendo (non qui), ma il rancore/la gola che brucia,
la voce inceppata, raccolta dietro i vetri,
fra i libri, o fra le giunture delle mani – è un altro
silenzio ancora/una memoria che dobbiamo - tu e io –
mescolare a questo rumore/perché possa appartenerci ancora.
(pg. 29)

Da questa difficoltà nasce un senso di smarrimento: “…il tormento di non trovare una via di fuga, quasi la constatazione remissiva dell’impossibilità di reagire”, sensazione “che colma tutta la prima sezione del libro”, dove vengono ospitate ” le false partenze di un’accettazione passiva, che forse cela l’abitudine (o, peggio, la rassegnazione) all’indifferenza di una intera generazione…
( http://www.angeloandreotti.it/fabrizio-lombardo-coordinate-per-la-crudelta-kurumuny-2018/).

(a proposito di generazioni)

è inutile aspettarsi ancora qualcosa da noi
non siamo altro che resti da conservare
nemmeno con cura. Di cui pentirsi
e confessare d’aver scritto troppo
troppo pensato/detto e messo in fila.

Sorpresi da un giro di carte che non possiamo
più giocare passiamo la mano/invece di barare
(pg.45)

In soli 50 anni, diciamo dall’allunaggio, abbiamo abusato delle nostre capacità nella conquista e nello sfruttamento della Natura (anche della nostra natura umana!). In questo delirio di onnipotenza ed autosufficienza siamo giunti al termine di ciò che poteva essere consumato e del consumabile, siamo rotolati nella più cruda delle realtà: alla fin fine, abbiamo scoperto, che noi tutti dipendiamo dalle cose che dipendono da noi.

***
nel capogiro della luce scrivo una cartolina
per ricordarmi di cancellare il libro dall’hard disk/
per dirti di impedirmelo, per ricordarmi la lista della spesa.
(pg.37)

Così in questo amaro risveglio non ci resta che organizzare…il vuoto prodotto da questo disordine (già, il pieno è vuoto e viceversa, come insegnano i metafisici indù) partendo dalla ricostruzione di un sistema di coordinate adatto a mappare il mondo globale nel modo più crudo possibile perché

***
Sveglio/nel silenzio che precede le parole
cercando le crepe, i nascondigli in cui ritrarre la vita.
Nessuno ha saputo niente, ancora. Neppure noi
sappiamo come vivremo domani.
(pg. 61)

Non possiamo evitare di soffermarci sul tratto inclinato, quella subdola inclinazione che appare in quasi tutte le poesie di Lombardo quasi a voler scrivere (e leggere) una deviazione casuale delle parole nel tempo e nello spazio per agevolare così, nel corso della loro caduta nel vuoto, un incontro, un verso giusto.
Come dice Caterina Serra nelle Note a margine della raccolta di Lombardo (pg.9): “Non è che si può far finta di non vederla, soprattutto che non ci sia. Quella barra che spezza il verso, che separa le parole e allo stesso tempo le vuole unite, in una relazione che non prevede un sopra e un sotto…”.

Ma a differenza di quanto lei conclude , io credo che "la barra è obliqua" per aiutare a scivolare verso l'essere, per agevolare un'uscita, per convogliare il traffico verso un casello e finalmente imboccare un raccordo. E, se non proprio aiuterà ad arrivare da qualche parte, si continuerà per lo meno ad andare.

Quella deviazione casuale, da clinamen lucreziano, è un piano inclinato sull' attesa. Sulla sorpresa, o su questa nostra voglia di attendere/qualcosa/qualcuno che possa ancora sorprenderci.

La subdola inclinazione di Lombardo è quel Caso benedetto generatore di Caos-Ordine, di quegli attrezzi indispensabili, per fare.
Per organizzare il nostro vuoto quotidiano. Per sapere che “siamo qui”. Per riempire gli scaffali. Per scrivere Poesia.

***
Un’alba di lontananze, visi stanchi, autobus deserti.
Ma poi cos’è davvero che ci riguarda, in questa strada grigia
quasi sottoterra, alle 5.00 di mattina. Spiove.
Come in un film di De Sica rifatto da Loach. C’è anche il tempo
di dire due cazzate prima di entrare. Nel cielo artificiale,
dietro l’insegna dell’ipermercato. Alle nove gli scaffali saranno pieni.
(pg.106)

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