mercoledì 11 febbraio 2015

Berenice e il Luogo del Cacciatore

“La scoperta etimologica è una “illuminazione”. La scoperta etimologica ci dà l’impressione (o l’illusione) di toccare con mano la Verità[...]. Spenta la curiosità di scoprire le “radici”, una maggiore libertà ci rimane per scoperte più importanti” [1]

Alberto Savinio si diceva certo che le rovine di Troia fossero quelle scoperte da Schlieman per il fatto che durante la Prima Guerra Mondiale il cacciatorpediniere inglese Agamennon le aveva cannoneggiate: dopo migliaia di anni l’ira funesta di Agamennone aveva spinto quei cannoni a sparare su delle rovine ignote e abbandonate.
Così possiamo dirci certi della presenza di questa Berenice nella recente raccolta [2] di Marco Munaro Berenice, Il Ponte del sale marzo 2014, per il fatto che alcune foglie di quercia del Salento si sono fatte trasportare in macchina fino a Rovigo: se la Berenice di Munaro -la sua Musa dunque- non le avesse animate perché mai queste

...foglie di quercia vallonea
contemplate a lungo nell’autunno instancabile...


avrebbero deciso di lasciare il Salento per apparire quale preludio lirico di questa raccolta poetica(Foglie pag.15) ?
Come sempre i nomi, non che un destino, sono le cose stesse.
Così questa B che si muta in V per generare una Veronica da una Berenice o una Venezia da una Benatky sono giochi con un significato verbale che, insieme alla etimologia e alla paretimologia, (ferenike, portatrice di vittoria; vera ikona, santa immagine) forniscono una privilegiata pista ermeneutica.
In una lucida “trascrittura” del dettato di Berenice/della Poesia, resta, (si spera) inconsapevole in-tensione del poeta, l’allusione ad altre verità attraverso l’istanza del significante di termini come “vetro” , “sudario”, “chioma”, “volto” e ancora “Orione”, “cerbiatta”.

Quanti nomi ci sono in un nome?

si chiede Munaro nella poesia Matera (pag. 63). Proprio in questa poesia , avendo giustamente scartato i giochi di parole intenzionali quali matera=mater o matera=materia, matera= mataio olos= tutto vuoto, resterebbe comunque che sia stato una sorta di lapsus ad aver agito in Munaro nell’istituire una relazione tra gli asfodeli dell’ultimo verso (l’asfodelo si sa rivela la consapevolezza della morte anche nella luce estiva) e l’etimologia propria di mater=avere un utero, generare vita quindi.
E’ qui, come in una “illuminazione” che scopriamo in Berenice la portatrice di una vittoria sulla Vita e sulla Morte e qui che scopriamo in Orione (o Rudra per i Veda) colui che allontana i dolori.
Cosa è la Poesia se non “solo” e “tutto” questo?
Ed ecco quindi che la curiosità appena appagata grazie a queste scoperte etimologiche e alla illusione, che ci hanno regalato, d’aver toccato con mano la Verità, ci porta, come promesso da Savinio, a una maggiore libertà: a scoprire nuove cose, nuovi luoghi.
Giungiamo, per così dire, insieme a Munaro e per suo tramite al Luogo del Cacciatore quello specchio di “cielo” dove splendono stelle/parole che ci ricordano storie antiche che mai smetteranno di accadere. In questo Luogo le stelle e i pianeti possono inseguirsi in una rigorosa retrogradatio cruciata e i loro nomi sciogliere le menti e i cuori, come se fossero la fragranza del suono e del ritmo.
“...Se in ogni parola si cela l’assassino della cosa, che da sempre aspetta una riparazione, da questi nomi emana una sostanza morbida e irradiante che invano cercheremmo tra le cose che sono...”.[3]
E’ qui che comprendiamo che la chioma di Berenice, assunta in cielo, è un regalo che gli dei fanno agli uomini e non l’astuzia dell’astronomo Conone; è qui , in questo cielo mimetico che rivela e occulta e che davvero con una sola corrente divide due terre, qui, dunque, è impresso il volto (la nuca) di Berenice, qui, si mostra e non si mostra il Volto dell'Amore.
Qui la Poesia parla e al poeta non spetta che aspettare e dire:

Sei qui finalmente e mi basta...

Dimmi.

Riferimenti
[1] - A. Savinio, Nuova Enciclopedia, Adelphi, 1977;
[2]- M. Munaro, Berenice, Il ponte del Sale , Marzo 2014;
[3] R. Calasso, Ka, Adelphi, 1996

lunedì 5 gennaio 2015

Corrado Govoni : cinquant’anni di solitudine

Non esiste riconoscimento più gradito per un poeta di quello ricevuto dalla Musa [1] in persona, da colei, cioè, che è ispiratrice della sua Opera e che da lui viene ripagata con altre e nuove ispirazioni.
E Calliope, sotto mentite spoglie [2], così espresse il suo riconoscimento al poeta di Ferrara:

“...Quell’ebrezza che la sua poesia ci comunicò...non l’abbiamo più trovata nei poeti che ci sono stati parenti più prossimi...La poesia è un’operazione più semplice di un’alchimia, di un’algebra...più vicina ad un arabesco che a una costruzione. Il poeta non deve edificare deve soltanto allineare. Govoni lavorava in plen air, raccoglieva nel suo sacco lungo i grandi pellegrinaggi tutto quello che l’universo gli metteva davanti agli occhi e davanti ai piedi. Assolutamente spoglio di pensieri, idee, di filosofia. Seguiva la sua buona stella come un vagabondo. E in verità non è davvero la merce che fa il venditore. Govoni ci incanta con la sua mercanzia venduta a buon prezzo lì in una baracca suburbana. Il bambino e il vecchio troveranno sempre qualcosa che nessuno aveva mai portato e che avevano desiderato per un anno intero. Verrà, pensavano, il Signor Govoni con la bancarella!”.

Qui la Musa sta dicendo che Govoni è come il Melquiades di Cent’anni di solitudine [3], un vagabondo che rappresenta il collegamento tra Tamara (il paese natale del poeta, in provincia di Ferrara) e il resto del Mondo e come Melquiades con le sue stregonerie, anche Govoni, con la sua arte, salva il “mondo” e la sua “provincia” dalla malattia dell’insonnia, somministrando, contro l’oblio, il suo antidoto, la sua poesia.
Il vagabondaggio di Govoni è un “grande pellegrinaggio sentimentale” che a differenza di quello colombiano di Marquez non richiede cent’anni di solitudine ma solo pochi chilometri di felicità: quelli intorno alla campagna di Tamara e Copparo fino alla grande e misteriosa città vicina[4]:

Era il tempo beato in cui la città
mi sembrava un mistero impenetrabile
di cui si parla come di una cosa
di favole piene d’insidie e meraviglie
.

Molti poeti, soprattutto tra gli ermetici, sono stati definiti proustiani (in alcuni casi erroneamente), Corrado Govoni ,tra i crepuscolari, è sicuramente, uno dei più proustiani. La sua recherche è tutta racchiusa nella Casa paterna[4], il luogo dell’infanzia che fu costretto a lasciare “...come peraltro quasi tutti gli artisti estensi del Novecento...[hanno fatto]... per lavorare e affermare il proprio talento...”[5].
L’aspetto topico di questa recherche memoriale è, come dimostrato[6], la coincidenza; vale a dire il desiderio di far coincidere nello stesso luogo due momenti diversi del tempo.
Nella poesia in generale, e in quella crepuscolare in particolare, si trovano molti luoghi ai quali tornare: case d’infanzia, giardini e boschi in cui si è celebrato il primo amore, luoghi reali e fisici caratterizzati dalla loro esclusività, quasi fossero i “ruderi” di una personale archeologia sentimentale. I pellegrini sentimentali solitamente ritrovano facilmente questi luoghi ma non tutti descrivono allo stesso modo la coincidenza spaziale ad essi legata. La semplice formula : Nulla è cambiato, in cui può riassumersi un pellegrinaggio sentimentale, può voler significare esattamente il contrario. Lo stesso si può dire per la formula govoniana [4]Ora tutto è cambiato:

Ora tutto è cambiato. Sparito è l’ampio focolare
che raccoglieva intorno tutta la famiglia
su cui le rocche biancheggiavano
come un gradito presagio di neve;
e il pendolo di legno
dalla mostra annerita dalle mosche
ha lasciato il posto a una sveglia di metallo
dipinta a color di noce;
la scala è stata trasportata altrove
ed il caro granaio pien di topi
e di fresco frumento rifatto
è diviso in due stanze pretenziose
di modernità.

Cosa sperava di trovare Govoni e cosa ha trovato nel suo pellegrinaggio sentimentale? Ma soprattutto cosa ci ha lasciato di questa sua esperienza? Cosa riesce a salvare (nel senso del to save informatico) di quel mondo, per farlo giungere fino a noi?
Del luogo della recherche abbiamo detto ma sarà bene anche inquadrare il tempo di questa ricerca, cioè l’anno in cui Casa paterna è stata scritta : il 1915, quattro anni dopo l’uscita di Poesie Elettriche[7] per l’Edizioni Poesia che segna l’adesione di Govoni al Futurismo (libro ristampato poi da Taddei nel 1920, in un’edizione “riveduta e corretta” e mancante della dedica presente nella prima edizione -“Ai poeti fururisti: F.T. Marinetti / Paolo Buzzi / Gian Piero Lucini” - come fa notare Giuseppe Lasala nella sua bella introduzione all’edizione del 2008).
Nel suo pellegrinaggio sentimentale, dopo aver vagabondato guidato dalla “sua buona stella”, e aver anche dato un’occhiata al futuro dei futuristi - i quali, per ammissione del suo stesso fondatore, non avrebbero dovuto avere un futuro[8]- il poeta giunge finalmente alla “casa paterna” al suo posto delle fragole. Evidentemente la casa paterna non rappresenta solo lo status del ricordo e della memoria; ma anche lo status della sua Poesia: ciò che realmente vale la pena salvare. Il pellegrinaggio sentimentale di Govoni è un sentiero percorso a ritroso alla riscoperta del senso dell'essere, di quello delle cose. La meta del suo camminare indietro non è la fine di una corsa, il trionfo di alcuna impresa o un premio alla carriera: non è il risultato di qualche particolare allenamento fisico, filosofico, ideologico. La sua reale meta è il camminare verso quel luogo dove davvero è instaurata la sua praesentia (pre-essenza) sulla Terra. La vita è certamente uno stare su e giù per una via, un vagabondaggio. Ma proprio questo brulicare vano ed incessante accoglie la più alta richiesta di avere cura di tutto quello che l’universo ti mette davanti agli occhi e ai piedi e di conservare, riconoscere e dunque ritrovare, un 'posto' che sia proprio nel mondo. La memoria dei luoghi dell'infanzia, ci suggerisce Govoni, è il pretesto di ri-considerare la propria vita e 'ricalcolare' le coordinate esatte del nostro stare-al-mondo. Questa memoria poi diventa anche il pretesto per incontrarsi ancora una volta con la Musa

Fu là ch’io nacqui
a questa meraviglia della vita
bella e fugace come un sogno;
là nella stanza di lucenti armadi
profumati di cotogno
.

Ed è evidente che lì nacque il poeta, nella dimensione magica e necessaria del mito che è differente dalla semplice storia personale , dalla cronaca delle proprie radici. Così questa nostalgia dell’infanzia, anche poetica, si colora dei sensi di un ampio rimpianto per quel mondo organico, intenso, per quell’età dell’oro che la modernità e il futuro renderanno ( come hanno già reso in pochi anni) irrecuperabile e leggendario. Era ed è nuovamente quello il mondo ritrovato , con il suo ritmo ben scandito dalle stagioni :

Il cambiamento delle stagioni
aveva del miracoloso.
L’inverno era il maiale ammazzato nella neve
...
la primavera erano gli spari di pasqua
le rondini e l’arcobaleno sgocciolante di pioggia
...
l’estate era la trebbiatrice
che andava d’aia in aia
...
l’autunno eran le nebbie, l’uva
ed il seminatore, all’alba
...

e dalle preghiere:

Era un continuo ronzio
di preghiere sotto le finestre:
strane preghiere biascicate, senza senso
oh che immenso valore
devono avere per il buon Signore
le preghiere così sbagliate dei poveri.


Oggi, a cinquant’anni dalla sua scomparsa, possiamo dire che il pellegrinaggio sentimentale del Signor Govoni è il suo modo di ripagare Calliope: dopo tanto tempo, dopo anni di storie tragiche nate anche per gioco, Govoni è sempre lì che ci precede e riappare come un Melquiades, con la sua bancarella di cose magiche, con quell’antidoto necessario a non perdere completamente la memoria e a ritrovare la giusta altezza, il posto delle fragole. E se è vero che “... le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avranno una seconda opportunità sulla terra...” [3], dimenticare un poeta come Corrado Govoni, condannerà questo mondo, questa terra, noi tutti ad una solitudine molto più lunga di cento anni.

Riferimenti
[1]-L’etimologia di Musa ci riporta a mons, alle solitudini montane della Grecia-padane nel caso di Corrado Govoni- e al sentimento di fascinazione che dalla solitudine può scaturire;
[2]- L. Sinisgalli, L’età della luna Mondadori, Milano, 1962;
[3]-G.G. Marquez, Cent’anni di solitudine Oscar Classici Moderni, Mondadori, Milano, 1988;
[4]- C. Govoni, Casa paterna in L’inaugurazione della primavera , A. Taddei & Figli, Ferrara, 1920;
[5]- R. Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, Ferrara, 2013;
[6]- I. Grasso, Coincidenze e strutture topiche della memoria, Status Quaestionis, 4, 2013;
[7]-C. Govoni, Poesie Elettriche a cura di G. Lasala, Quodlibet, Macerata, 2008;
[8]- Quando Filippo Tommaso Marinetti, fondatore e principale teorico del Futurismo, pubblicò il suo famoso manifesto su “Le Figaro” (20 Febbraio 1909), probabilmente già sapeva che, nell’arco di dieci, anni quella rivoluzione si sarebbe di fatto conclusa e, come lui stesso ebbe a dire, <<…si sarebbe dovuto gettare tutto nel cestino…come cose inutili…Noi lo desideriamo!>>.

venerdì 5 dicembre 2014

Futurismo senza futuro o viceversa?

La vita di ogni avanguardia è breve.
Deve esserlo.
Specie se mira all’imminenza del futuro.

Erroneamente si crede che il futuro abbia a che fare con il tempo; invece è solo una questione di… spazio.
Ancora erroneamente si crede che il Futuro abbia a che fare con la Velocità e la Tecnologia (gli strumenti e i mezzi sempre più perfezionati e sofisticati. Il 3D. Lo HD. Il WiFi) ma è invece solo una questione di…cura dell’istante (questa è la vera utopia: fare le cose per bene al momento giusto!).

Quando Filippo Tommaso Marinetti, fondatore e principale teorico del Futurismo, pubblicò il suo famoso manifesto su “Le Figaro” (20 Febbraio 1909), probabilmente già sapeva che nell’arco di dieci anni quella rivoluzione si sarebbe di fatto conclusa e, come lui stesso ebbe a dire, <<…si sarebbe dovuto gettare tutto nel cestino…come cose inutili…Noi lo desideriamo!>>.

Cosa direbbe oggi il povero Marinetti nel vederle, quel milione di automobili ruggenti che sembrano correre sulle mitraglie e quelle grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere e dalla sommossa; nel constatare insomma i risultati di quella “Civiltà delle Macchine” esaltata e mitizzata anche da poeti-ingegneri?
E cosa direbbe nel vedere l’accanimento terapeutico sul suo Futurismo per tenerlo in vita grazie alle macchine, al web a quel neo-dedalo digitale che ormai necessita di una sua Arianna per entrarvi e non lasciarsi irretire?

E’ in questo nuovo spazio, virtuale e senza dimensioni, che oggi è finito il Futuro!

Che il Futuro sia una questione di spazio è evidente per il fatto che mai ci fu più futuro di quando Cristoforo Colombo si imbarcò per colmare la distanza che separava l’Europa dalle Indie. E mai c’è stato più futuro di quando la grande epopea astronautica ha portato l’uomo sulla Luna.
Il Futuro come il Passato è né più e né meno che una proprietà del tempo presente: ci sono presenti che hanno più futuro di altri, proprio come un materiale può essere più elastico di un altro.

La macchina (e la velocità) è sempre stata la vera ossessione dei Futuristi, il loro mito, e come tale veniva (e viene ancora da taluni) celebrata per la sua capacità di liberare l’uomo dalle catene dello spazio e del tempo anzi, è una “metafora concreta” di potenza massima, funzionalità, ordine, precisione, garanzia di asetticità emotiva. La macchina è stata il motore della rivoluzione futurista della produzione industriale dell’emancipazione dell’uomo per alleggerire quello che la Weil definiva “la danza macabra” dell’uomo : il lavoro.
Ma la vera domanda, allora come oggi, è chiedere cosa quelle macchine avrebbero e hanno fatto di noi. Come quel futuro rincorso, immaginato, raggiunto e già archiviato ci avrebbe e ci ha trasformati.
Il “futurismo contemporaneo” non è credibile e non “funziona”: è solo un ossimoro.
Non può funzionare primo perché non esiste più…uno spazio convenzionale, secondo perché nel frattempo c’è stato un uomo che ha fatto corrispondere i limiti del mondo (quello individuale e quello dell’umanità) con quelli del linguaggio ( anche quello di un futurista) e oggi il linguaggio si è ridotto ad un cinguettìo, ad una nota di wikipedia o al “brum” di un motore di ricerca. Troppo poco futuro per un presente cosi poco spazioso e così tanto rumoroso.
Il vero problema, come anche i Futuristi sanno, non è dato dalla imperfezione dei mezzi: questi si possono migliorare sempre; ma dall’ambiguità dei fini: scoprire l’America? Andare sulla Luna? Costruire una nuova arma? Sconfiggere il cancro? Tagliare i costi o investire? Pace? …Guerra?
Il Futuro, le macchine ci hanno trasformati: noi, uomini tanto evoluti ed intelligenti da crearle e perfezionarle, ci siamo ritrovati ad essere analfabeti di sogni con un cuore sempre più ignorante.

E così Chuang Tzu aveva ragione : anche i moti dello spirito si conformano alla macchina.

Il futuro è passato e i futuristi con le loro macchine, alla loro straordinaria velocità di pensiero, parola e azione sono ancora lì a rincorrerlo con l’armamentario vecchio di parole libere dalla prigione del periodo, di parole che ormai sono solo un cinguettìo; soddisfatti e tronfi delle loro auto- autobiografie, dei loro profili digitali e delle loro facce tale e quali; incuranti del fatto che in quel cestino, sul loro i-pad in basso sullo schermo, c’è ancora tanto spazio per soddisfare l'ultimo desiderio di Marinetti.

giovedì 30 ottobre 2014

La formula dell'acqua


Se avessimo alzato le vele e fossimo andate anche noi per mare chi sarebbe restato a dondolare la culla chi ti avrebbe aspettato. Chi mai avrebbe acceso il fuoco e preparato da mangiare o solo catturato e spazzato via tutti gli incubi. Chi mai lo avrebbe fatto? Caro Odisseo. Dimmi, chi mai si sarebbe preso cura delle cose se anche noi donne fossimo andate via? Tua Penelope”

Ho voluto parafrasare le ultime tre quartine della Lettera da un paese lontano di Gillian Clarke per agevolare “l’immersione” in questa Odissea in miniatura di soli 407 versi ( contro i dodicimilacentodieci del poema omerico). Ci immergiamo-è proprio il caso di dire-perchè tra le Ricette per l’acqua [1] (raffinato volumetto per i tipi de Il Ponte del Sale, nelle fedele traduzione di Giorgia Sensi) questa Lettera mi appare il bacino di raccolta della fonte, della sorgente miracolosa ed inesauribile da cui la Bardo gallese attinge.

Prima di tutto è utile ribadire il fatto che esiste una corrispondenza unica tra acqua e poesia, tra i loro rispettivi stati fisici, vapore, liquido e ghiaccio: si, anche la poesia può assumere fisicità sotto i differenti stati della materia di cui è composta (parole-molecole più o meno legate tra loro). Inoltre, come l’acqua, anche la poesia ha una sua ciclicità un suo ritmo, legati evidentemente alla memoria [2]; ma questa di Gillian Clarke è una memoria del...futuro.

Cari mariti, padri, antenati,
questa è la mia apologia,
la mia lettera a casa dal futuro,
la mia bottiglia nel mare che potrebbe
metterci una generazione ad arrivare.


Odisseo impiega 10 anni per tornare a Itaca. Questa lettera è già arrivata prima di partire perché non è una profezia che si autoavvera (come quella fatta a Odisseo da Tiresia o a Macbeth da Ecate) ma una verità che si è fatta profezia: gli Uomini, e tra questi sempre più donne, da sempre hanno assediato città, dispiegato flotte, soldati ed armi, hanno occupato luoghi di potere ( a cominciare dai loro cuori); le Donne, e tra queste, pochi uomini, si sono “accontentate” di preservare o mettere ordine laddove tutto è messo a ferro e fuoco.

Se l’Odissea è un poema epico che racconta di Nessuno, Lettera da un paese lontano è un poemetto altrettanto epico, una Odissea di genere, dove Nessuno diventa Tutte le Donne. La Lettera, a differenza dell’Odissea, è “...breve come la formula dell’acqua e del sale” [3] e per questo così tanto penetrante, ravvivante e di un gusto semplice e raffinato.

Il segreto dell’acqua -e della poesia quindi- è la sua ...semplicità: le molecole
di acqua sono dipolari, cioè divise in una parte positiva e in una negativa, consentendo così di attrarsi reciprocamente. Questa attrazione, particolarmente intensa, spiega molte proprietà dell’acqua e, in metafora, della poesia. E’ per questa semplicità che

la casa [...] dolce come un favo

fa sentire il profumo del miele e richiama allo spirito dello sciame a quel calore che si può trovare in una di quelle vecchie case di pietra e legno come si vedono a Bryn Isaf, nel Galles, o così frequentemente, nelle campagne d’Europa.

E’ per la presenza di questo legame semplice nella molecola dell’acqua che si possono spiegare i valori alti del punto di fusione e di ebollizione: il ghiaccio deve fondersi lentamente e nella giusta quantità così come il mare o il fiume non possono scappare, velocemente e in modo disordinato, in aria per poi riprecipitare con violenza a terra.
E Gillian infatti ci ricorda quale è il ciclo naturale delle cose:

Il canto si perde in linfe e infiltrazioni,
amplificato da alberi cavi,
coppe di foglie e vento tra i rami.
Tutte le vecchie conversazioni
.... serbate
per sempre come voci in un pozzo.


L’acqua presente sul nostro pianeta è sempre la stessa da milioni di anni. Quando la terra ha cominciato ad avere un’atmosfera stabile e prolifica per la vita , l’acqua è stata il primo elemento ad ospitarla : così come la vita è ospitata nelle parole di Gillian. Tecnicamente l’acqua non può esaurirsi ma può essere messa... a ferro e fuoco da un dio irrequieto, invidioso, arrogante che ha facoltà di cambiarne il ciclo o di perderne, irrimediabilmente, il controllo.

Odisseo, l’uomo solo, è in balia di questo ciclo dell’acqua: viene sbattuto ripetutamente sulle coste, quasi completamente annientato dall’impazzimento di un ciclo diventato innaturale e inspiegabile. Perché la guerra. Perché Eolo. Perché Poseidone.
C’è sempre una ragione ben presente all’epica dell’uomo. Come c’è un motivo ben presente ad ogni sua impresa : la futura memoria, la vanità, la gloria.

Per le Donne, invece?

Nella Piccola Odissea della Clarke, le Donne sono le creatrici di questo ciclo perché loro sono avvinte alla luna, alle maree e alle stagioni. Lo sono attraverso un ritmo naturale che è misura intrinseca della memoria passata e di quella futura,”...di una catena temporale di sforzi coordinati necessari a porre ordine...” [4]

E’ sempre stata una questione
di liste. Non facciamo che contare,
noi, piegare, misurare, fare,
amorevolmente lavare stoffa
dacché siamo donne.

Le onde di un bianco candido, vengono
meticolosamente piegate. Poi sono fatte rotolare
e devono essere ripiegate.


In questa Piccola Odissea dove le giornate sono preservate tutte intere in bottiglia non c’è spazio per domande maschili (Dove sono...le vostre grandi opere?) perché la donna è intrisa d’acqua e il suo tempo è regolato sull’orologio del campanile marino... [e] ...la luna ne decide il suo equinozio.

In questa Odissea femminile dove non c’è Nessuno a combattere e a dibattersi per la sua gloria futura, Gillian Clarke glorifica il futuro di tutti perché se le imprese degli uomini nascono espressamente per la memoria, quelle delle donne si fanno grazie alla memoria.

Oggi questa lettera non è firmata,
non è finita, non è impostata.
Quando sarà finita
la imposterò da un paese lontano.


[1] Gillian Clarke “Una ricetta per l’acqua. Poesie scelte 1982-2009” nella traduzione di Giorgia Sensi, Il Ponte del Sale (maggio 2014);
[2] G. Ferrara “Buon sangue. Non Mente” (questo blog, 8 maggio 2014);
[3] Leonardo Sinisgalli. Poeta al servizio di due Muse a cura di Silvio Ramat Poesia, anno XIV ( febbraio 2001);
[4] G. Ungaretti, lettera scritta a Leonardo Sinisgalli per il primo numero di Civiltà delle Macchine (Gennaio 1953).



domenica 7 settembre 2014

Le impronte lasciate sui sassi

In quali occasioni camminiamo scalzi?
Quando andiamo al mare, per esempio; a molti di noi piace farlo a casa magari su un bel parquet che restituisce il calore e la spinta della pianta del piede; ma soprattutto lo abbiamo fatto quando eravamo bambini, quando “...s'andava scalzi per i fossi...[e]...si misurava l'ardore/ del sole dalle impronte lasciate sui sassi.”[1]; nei tempi in cui si saliva a piedi nudi sul mandorlo e si scendeva.
Ecco cosa è, nella sua apparente semplicità, un haiku: un'impronta lasciata sui sassi. Nei suoi tre versi, rispettivamente di cinque, sette e cinque sillabe, molto emerge dal poco e comunque, a misura del suo ardore, l'essenziale appare nella sua assenza.
E' “l'acuta presenza” di qualcosa che è appena passata o che deve ancora -fisicamente- apparire come quelle emozioni mosse da una musica che non è presente realmente ma che si ricorda e risuona nella nostra testa: un “niente” quindi che produce qualcosa di fisico che si manifesta in un nostro cambiamento d'umore, un sorriso, una lacrima. Una mutazione. Valerio Magrelli scrive a questo proposito[2]in un suo breve trafiletto (haiku in prosa?) che “...spesso proprio l'assenza di suoni può provocare un nuovo desiderio di ascoltarli, cioè una loro più “acuta presenza”- immagine questa tratta da Attilio Bertolucci-; il silenzio , il vuoto, l'assenza, dunque rappresenta “una paradossale forma di nutrimento”. Per crescere “...ogni cosa ha bisogno dell'humus dell'assenza”.
Qui, in queste poche parole, è racchiuso lo spirito degli haiku. Queste poesie di 17 sillabe sembrano facili e sembrano quindi suggerire che si possa diventare poeti, fare poesia, con grande semplicità. E' così ma in un senso diverso. Più si è semplici-più si torna ad esserlo-più virtù si posseggono e si recuperano: il lavoro a queste “semplici poesie” ha senso solo se coincide con la edificazione, con la ristrutturazione di sé. Ciò equivale a fare della Vita la posta in gioco e, insieme, la pietra di paragone dell'opera.
L'haiku è una forma di riappropriazione spirituale della Natura alla quale lo stesso poeta appartiene. E' una specie di lucchetto-sentite scattare il sette tra i due cinque?-che ci assicura ad alberi molto vecchi, alle maestre silenziose, le montagne, alle onde del mare e alle stelle del cielo. E' fuor di dubbio che l'haiku è un evento naturale: il cinque e il sette infatti esprimo ritmo e armonia del mondo. Nel pensiero orientale 5 sono le stagioni (le quattro fondamentali più il Nuovo Anno), 5 sono le Attività, gli Elementi, le Note ed è superfluo ricordare quanta risonanza produca il 7 anche nella nostra cultura occidentale: le Opere di Misericordia, i Vizi capitali, i Colori dell'Arcobaleno, le Note,...
Il ritmo naturale, l'avvicendarsi cioè delle cose, il recupero dell'armonia: questi sono il mezzo e il fine dell'haiku e chi scrive viene risucchiato all'interno di questo paradosso nel quale una presenza emerge dall'assenza che la circonda: il poeta emerge dall'haiku se l'haiku “svanisce” e l'haiku emerge dal poeta se questi si fa da parte.
Supponiamo di irritarci per qualcosa [3]: esprimiamo subito in diciassette sillabe la nostra irritazione così facendo essa si è trasformata in qualche altra cosa.
Piangiamo.
Proviamo a trasformare queste lacrime in diciassette sillabe e subito ci rassereniamo: composte in diciassette sillabe le lacrime di sofferenza si sono allontanate da noi ed è rimasta la gioia di essere uomini che sanno piangere.
Pur nella sua brevità l'haiku impone una sorta di codice necessario ad evitare ogni descrizione superflua. Innanzitutto ogni haiku deve iscriversi in una delle cinque stagioni. Il poeta può usare e può essere usato da una parola che rimanda alla stagione: a tutti gli effetti lui stesso si fa stagione e la rappresenta così la luna piena non potrà che essere la luna d'autunno e la sua malinconica dolcezza, così come la luna brumosa altro non è che la primavera e la sua rinascita. Questo è il cosiddetto kigo, l'indicazione temporale che permette di collegare il poeta alla stagione e viceversa: è per così dire il sasso gettato nello stagno, la sua inclinazione ne decreterà la traiettoria e la sorte; potrà rimbalzare più volte sul pelo dell'acqua (non più dei tre versi dell'haiku) e finirà nel fondo dello stagno. Dopo il kigo, fa parte del codice non scritto dell'haiku il kireji, una sorta di interiezione poetica come i nostri “oh!” e “ah!” che aiutano a costruire la struttura 5-7-5 ma informano anche sullo stato d'animo del poeta: in modo molto discreto , attraverso il kireji, il poeta lega il suo stato d'animo -ammirazione, stupore, dubbio, gioia, rassegnazione- a ciò che lo circonda, riflesso probabile di quello che vede intorno; desiderio di trasferire quello che prova a ciò che lo circonda: il sasso è lanciato ma è anche raccolto ; lo stagno è colpito ma allo stesso tempo colpisce.
Questa delicata presenza dell'io, destinata a sfumare nel corso di sole 17 sillabe fino alla sua totale scomparsa/fusione, è la caratteristica dello spirito zen: la fusione armonica con la Natura avviene se l'Uomo perde di vista il suo ego.
Quale è il modo migliore per perdere di vista il proprio ego se non quello di ritornare “...scalzi per fossi” come facevamo da bambini o quello di riprendere quella musica che abbiamo realmente ascoltato e che ci risuona nella testa(?), tornare a quell'istante e quel posto e a quell'emozione rotonda, piena e sensuale che abbiamo assaporato del/dal mondo FISICO?
La vera pena dell'uomo è di non vivere in un mondo FISICO -quanto è più vero oggi se pensiamo all'altro mondo del web-come invece si faceva da bambini, quando salivamo su un albero a raccogliere mandorle o ciliege, quando soppesavamo con cura la pietra da lanciare sul pelo dell'acqua, quando per accendere il fuoco raccoglievamo le foglie che in autunno il vento ci portava in dono [4]. L'haiku cerca di restituirci questo paradiso e lo fa mostrandoci, senza fronzoli e senza giri di parole, che ogni dolore, ogni delusione, ogni disperazione così come ogni suprema gioia sono sopportabili, cioè noi, per Natura, siamo fatti per sopportare tutto questo. Ciò che non possiamo assolutamente sopportare è il male di vivere in un mondo non più FISICO [5], un mondo senza ritmi, senza stagioni: questo è contro natura e da questo veniamo sopraffatti ed annientati.
Questa è la ragione per la quale siamo sempre alla ricerca di quell'ardore iniziale col suo corredo di immagini primitive e antiche che ancora ci dominano. In un haiku la Natura ci accoglie nelle sue meravigliose semplici esibizioni di luci, nuvole, temporali, tra i rami di un mandorlo, sotto un manto di rugiada, nei suoi fiocchi di neve, in mezzo alla lava incandescente, nel fondo di uno stagno.

Impronte, impronte lasciate sui sassi.

Tre brevi versi sulla Pagina.

Poiché è-inutile dirlo- difficile vivere in un mondo da cui non si può evadere, si deve tentare, per quanto possibile, di renderlo FISICAMENTE accogliente, anche se per breve tempo, quello di una vita o quello di piccole diciassette sillabe. Questa è la vocazione del poeta di haiku: qui la Natura assegna all'Arte la sua missione, quella di restituire armonia al mondo e arricchire il cuore degli uomini.

Cielo terso d'autunno
e un antico boschetto
come siepe.


Cielo chiaro d'autunno
tutti questi passeri-
frullare d'ali.


Dolce ricordo:
pettinature di bimbi-
le viole fiorite.


Ah! L'usignolo-
ma solo pochi tra noi
se ne accorgono.


Giungendo batto
ritornando busso
la notte intera.


Passate di qui
cercando di evitare
i ricci caduti.


Al chiar di luna
le creste di gallo
sbocciate ovunque.


Ormai l'amore per me
è afferrabile quanto
zucca o lumaca.[6]


Riferimenti
[1]-L. Sinisgalli da Vidi le Muse, Mondadori ,1943;
[2] V. Magrelli Quella musica imposta che impedisce di essere, da Repubblica del 24 Agosto 2014;
[3] Natsume Soseki Guanciale d'erba Neri Pozza 2001;
[4]Philippe Forest Sarinagara Alet 2008;
[5]Wallace Stevens Aurore d'autunno, Adelphi 2014;
[6] Nota Bene: nella traduzione dal giapponese all'italiano viene evidentemente persa la ripartizione sillabica 5-7-5 dei versi che compongono l'haiku. Ryokan Novantanove haiku, La Vita Felice, 2011.

lunedì 14 luglio 2014

La persistenza dell'Origine

La cosa più sorprendente in Natura è l’esistenza del mondo. La cosa più interessante nel mondo è la nascita di un nuovo mondo nel cuore di quello vecchio. Ma la cosa veramente più intrigante di tutte è l’istante iniziale di questa nascita cioè la comparsa di una superficie che separa qualcosa di vecchio da qualcosa che si sta formando ex novo, apparentemente dal niente: una superficie che sembra cedere e contemporaneamente resistere a qualcosa.


Questo fenomeno, che viene indicato, a seconda dell’ambito, con i termini scientifici di nucleazione, gemmazione, segmentazione, è un vero e proprio miracolo perchè l’embrione, per così dire, del nuovo mondo-la nuova vita, quindi- per raggiungere una dimensione critica e continuare la sua crescita, deve necessariamente opporsi a una legge di Natura, la seconda legge della termodinamica.
Tale legge stabilisce che tutti i fenomeni naturali avvengono in un verso ben preciso e, di conseguenza, intrinsecamente irreversibile.
Detto in altri termini è poco probabile che si verifichi spontaneamente una combinazioni di fenomeni in grado di ripristinare lo stato iniziale, l’origine: una goccia di caffè in un bicchiere di latte formerà spontaneamente un caffe-latte di colore beige, ma non capiterà mai di vedere spuntare- spontaneamente- da un caffe-latte beige, una singola goccia di caffè nero...e ,ammesso che ciò accadesse, nulla si potrebbe dire sulla caffettiera che ha prodotto quel caffè! L’orologio implica un orologiaio ma non sempre dall’orologio si può risalire all’orologiaio.


Da questo punto di vista ogni atto creativo, inteso come “fenomeno naturale”, è una rappresentazione di un processo di nucleazione con un suo inesorabile corollario alla seconda legge della termodinamica: è naturale e, allo stesso tempo, complicato, ripercorrere un ...processo a ritroso fino a raggiungere, osservare e conoscerne l’Origine.
E’ noto che Walter Benjamin ha paragonato l’Origine ad una spirale, a un vortice [1]:


“...l’Origine sta nel flusso del divenire come un vortice e trascina dentro il proprio ritmo il materiale della provenienza...[e poichè] non emerge dalla sfera dei fatti ma si riferisce alla loro pre- e post-storia, l’origine non appartiene ad una categoria logica, ma storica...” se non addirittura mitica e poetica.


Ora probabilmente chi segue il Post delle Fragole sa che il suo intento è quello di arrivare alla radura, laddove si possa raccogliere il frutto primaverile, per questo il blog vorrebbe, e spera di, animarsi della piacevole sensazione del ritorno delle cose, del presentimento di una certa persistenza delle origini. Il mito, l’analogia e l’arte sembrano essere gli strumenti più adatti per raggiungere/mancare l’obiettivo, per arrivare/abbandonare sul/il Posto.

Molto più adatti della matematica, della logica e della scienza che permettono solo una delle due possibilità.

Proviamo allora a prendere sul serio l’immagine dell’origine come un vortice. Se c’è una forma che sembra ben rappresentare una superficie che cede e ubiquamente resiste alla disfatta del vecchio mondo sul nuovo e del vecchio sul nuovo; se c’è una figura che rappresenta contemporaneamente un movimento e la sua origine, un movimento dalla sua origine, questa forma è la spirale. Si pensi al riccio che si forma sulla cresta di un’onda o alle foglie che si dispongono ad elica sui rami degli alberi e ancora alle collisioni tra particelle elementari che lasciano tracce a forma di spirale o alle macromolecole, alle conchiglie, alle galassie : tutto è spiraleggiante, tutta la natura in movimento ha nel movimento la sua natura e la spirale sembra esserne la forma[2].

Se, come diceva Paul Klee[3]: “...l’opera d’arte non è una mera forma”, potremmo chiosare dicendo che la Natura, invece, si: e questa forma è la spirale “...figura conveniente e a portata di mano per rappresentare le piante, gli animali , la terra e la sua storia, le stelle e per interpretare al meglio i loro rapporti nell’Universo...”


La spirale possiede quella caratteristica naturale di separare un mondo vecchio da quello nuovo infatti è una forma che emerge e si separa da un flusso di cui faceva parte per continuare a parteciparvi in un modo diverso. In un mondo diverso. Per così dire è la forma eccellente a preservare una persistenza della sua origine: è sintomatico il fatto che se si lascia cadere in un gorgo (magnetico, gassoso, fluido, stellare ma anche di note, di colori, di parole, di pensieri) un oggetto esso manterrà, nel suo costante ruotare, la stessa direzione puntando, per così dire, verso il nord ( si, proprio come l’ago di una bussola) rappresentato dal vertice o dall’origine del gorgo.


Così il centro da cui tutto pare dipartirsi è anche il luogo dove tutto sembra precipitare: un “buco nero” in cui agisce una forza di attrazione infinita, tanto da catturare anche la luce, e da esercitare una pressione negativa, anch’essa infinita.


Non la Linea non il Circolo come voleva Platone ma la Spirale, dunque, sembra essere la forma in grado di rappresentare l’origine e il destino delle cose. E cosa è un verso poetico su una pagina se non la superficie che separa il vuoto della pagina dal pieno della parola, il segno dal significato? Cosa è il susseguirsi delle parole se non un piccolo Big Bang dove il verso si contrae e dilata come se andasse incontro all’infinito della pagina o come se tornasse indietro alla sua origine con il suo ritmo e le sue rime. Verso ossia volgere, girare; così che andare lungo un direzione vuol dire anche tornare alle radici.
Detto con le parole di G. Ritsos [4]:


Quando dovrai chinarti
per trovare la tua radice
perché il circolo si chiuda?

Non si chiude.
E non circolo.
Spirale


La poesia avanza a spirale, guardando indietro come fa l’Angelo di Klee come fa la Micol di Bassani. E’ la poesia che permette di riconoscere nell’origine un destino e nel destino un punto di partenza e non di arrivo, la superficie che separa quello che è stato da ciò che sta per nascere. Tanto l’origine che la fine sono superfici “bifronte”, sono solo forme che emergono da un flusso continuo di parole versate in versi che girano, vortici che si avvicinano/allontanano contemporaneamente al/dal l’uomo che scrive/legge.
Solo la poesia può abbracciare contemporaneamente la catastrofe e l’apocalisse : la caduta nel vortice è anche un ritorno; la fuga centrifuga è anche un(a) fine.
La spirale è dunque la plastica rappresentazione della Poesia intesa come oggetto e come essenza, nel suo farsi verso (poiein) e nel suo evocarsi.


Le spirali! Le spirali! Vecchio Volto di Pietra guarda:
Non si possono più pensare le cose cui troppo a lungo si è pensato.
Che la bellezza muore di bellezza e il merito di merito,
E le antiche fattezze si cancellano.
Irrazionali correnti di sangue macchiano la terra;
Empedocle ha sconvolto ogni cosa;
Ettore è morto e v’è un chiarore a Troia;
Noi spettatori ridiamo di tragica gioia.


(W.B.Yeats,[5])


E’ in questo movimento della mano che scorre su un foglio, dello sguardo che volge al verso, dello spirito e della memoria che si rinnovellano giro dopo giro, è qui che avvertiamo la persistenza dell’ origine. In questo vortice ci viene indicato che la morte di un uomo è anche il momento preciso dello splendore della Vita e che se la bellezza muore, muore di bellezza.
Lì al confine tra il vecchio mondo che muore c’è qualcosa di nuovo che spunta, nuclea e cresce, perchè questo fa la poesia, crea superfici tra chi scrive e chi legge; crea il braccio di una spirale che genera due forme, una aperta ai quattro venti, centrifuga nella sua avanzata ed entropicamente tesa a Divenire e l’altra che si guarda indietro fiera e immobile, con lo sguardo rivolto al centro dell’Essere.




Riferimenti

[1] W. Benjamin Angelus Novus ,Einaudi

[2] G. Agamben Il fuoco e il racconto ,Figure Nottetempo

[3] P. Klee Analisi come concetto in Teoria e Forma della figurazione Vol.I

[4] G. Ritsos Erotica, Crocetti

[5] W.B. Yeats Spirali da Quaranta Poesie, Einaudi

sabato 14 giugno 2014

Tra Matematica e Poesia ovvero dell'Infinito e della Polvere


1. Il metodo matematico. Il metodo poetico.

Vi è una finalità comune alla Poesia e alla Matematica tanto cosciente in quest’ultima quanto latente nella prima.
Questa “finalità” è suscitare una visione unitaria e coerente di un tema liberandolo da contraddizioni e ambiguità attraverso il passaggio da una semplice intuizione (il caso?) ad un’idea ( l’atto) passando per una serie di concetti (movimento).
Entrambe queste attività umane – con i linguaggi e i modi propri – rispondono pertanto all’innata esigenza di dare una forma ed una sostanza - un ordine tout court - alle nostre esperienze, ovvero di soddisfare quella che i greci chiamavano historìa, la sete di sapere; la voglia di comprendere.
Il modo matematico, per fare questo, è soffermarsi una volta in più degli altri sulla stessa cosa grazie ad un meticoloso processo di definizione e riduzione, che spogli, per così dire, la comprensione della cosa dalle contingenze superflue che la circondano, a partire da quelle derivanti dal significato delle parole ( ecco perché si fa uso di simboli universali e univoci).
Il modo poetico invece è quello di guardare la stessa cosa una sola volta con un grande sguardo da una prospettiva personale e diversa dal luogo comune, rivestendo, per così dire, questa epifania con parole, ritmi, strofe e metafore in un processo opposto a quello precedente.

Si capisce che nel “modo” rientra anche il linguaggio che si usa : un linguaggio, come si sa, è sia una mappa del mondo sia un mondo in sé con le proprie zone d’ombra e i propri orridi quei luoghi cioè al confine di regole, affermazioni significati e percezioni.
E’ in attività umane come la matematica e la poesia che incontriamo uno degli attributi più importanti dello Spirito e della Natura umani : la capacità di concepire cose che in senso stretto non potrebbero essere concepite da esseri limitati quali siamo o che, viceversa, potrebbero essere comprese solo in …contenitori molto capaci.
Sia la Matematica che la Poesia consentono di concepire e trattare “l’Infinito”:

“I will love you forever and a day” (Ti amerò per sempre e un giorno)

“Esiste sempre un numero intero maggiore di tutti gli altri”

Attraverso la percezione che la parola “sempre” induce, o attraverso il movimento provocato da concetti (p.es., uniformità e continuità) fino ad arrivare all’atto di aggiungere qualcosa - un 1 (uno) ad esempio - a qualcos’altro precedentemente accumulato e già grandissimo, attraverso tutte queste cose, dunque, l’Infinito assume il ruolo di massima astrazione, massima confusione e massima profondità che l’umano sia in grado di ”raggiungere”.

Ma come si arriva all’Infinito?
Dalla Polvere.
E qui lo dimostreremo.

2. L’Apeìron

Tra il movimento e l’atto,
tra l’idea e la realtà
cade l’ombra

[T.S. Eliot]

…Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura…
[G. Leopardi]

Chiunque conservi anche il più vago ricordo degli studi classici e del greco in particolare non avrà dimenticato che la matematica e la poesia sono due invenzioni o scoperte – a seconda se le riteniamo appartenere più allo Spirito o più alla Natura – della civiltà greca.
Allora diamo qualche fatto attico tanto per cominciare.
Prima di tutto la Matematica greca non era effettivamente astratta ma affondava le proprie radici nella prassi babilonese-egizia. Così anche la Poesia greca, nei suoi esempi più noti, quali l’Iliade e l’Odissea, assumeva a volte il carattere di medium per imparare , memorizzare e tramandare leggi, regole ed istruzioni pratiche.
Per i greci non vi era una reale differenza tra entità aritmetiche, figure geometriche e un verso poetico, per esempio tra il numero “6”, un esagono ed un esametro.
In secondo luogo per i greci non esisteva una netta demarcazione tra matematica, metafisica e religione : per molti versi, anzi, erano tutte e tre la stessa cosa.
E, infine, per loro, sarebbe apparsa incomprensibile l’odierna avversione per il “limite” anzi, essi sfuggivano l’esatto contrario : provavano avversione e temevano l’assenza di forme e contorni certi e precisi, in una parola, temevano l’Infinito.

Il termine greco apeìron introdotto da Anassimandro, nel dialetto di Mileto, significa senza limite, indefinibile, complesso al di là di ogni ragionevolezza. Noi rendiamo l’apeiron greco con “Senza fine. Infinito”.
Pare che il termine derivi dalla tragedia greca ed indicava un costume teatrale molto ingombrante che aveva lo scopo di imprigionare e di impedire all’attore di muoversi agevolmente sulla scena.

L’apeiron, nella sua accezione più nota, fa riferimento anche al caos illimitato e privo di natura che precedeva la creazione. Praticamente si trattava di una specie di Vuoto o di Nulla senza alcun confine, distinzione, senza una qualità specifica e, come detto, inconcepibile per la mentalità greca perché avrebbe prodotto un Essere senza Forma (“L’essenza dell’Infinito è la privazione, non la perfezione ma l’assenza del limite” [Aristotele]).
“Infinito” quindi stava ad indicare caos e bruttezza : in questo risiede l’essenziale estetismo dell’intelletto greco.
Se c’è qualcuno che ha incarnato in modo esemplare - ed altrettanto crudele - tale intelletto, questi è Zenone d’Elea (ca. 490-435 a.C.) ; è Paul Valéry ad apostrofarlo crudele nella sua “Il Cimitero marino”

Zenone! Crudel Zenone! Zenone l’eleate
Con quella freccia alata m’hai trafitto
Che vibra vola e non si muove affatto
Il suon mi crea, m’uccide il dardo invece
Ah il sole la lenta ombra del lento carapace
Che pare ferma al senso d’Achille piè veloce.*
_____________________
*traduzione dell’autore

Si, vi ricordate? Qui si parla proprio di quei paradossi lì : il volo della freccia e la gara tra Achille e la tartaruga.
Poiché la metafisica di Zenone ha la sua base in un principio statico, i suoi paradossi sono conseguentemente diretti contro la realtà del movimento: la freccia che, seppur scoccata, non vola; il piè veloce Achille che non raggiunge la lenta tartaruga.
La modalità con la quale Zenone intende dimostrare la sua tesi è la cosiddetta dicotomia che funziona pressappoco così.
Ci troviamo alla sfilata del palio di Ferrara, intruppati con gli altri figuranti della nostra contrada. Il cerimoniere, alla Casa del Boia, indica che tocca a noi e iniziamo la nostra “salita” verso il castello Estense, cercando di percorrere Ercole I d’Este. “Cercando di” perché prima di arrivare al castello, dovremmo naturalmente arrivare a metà strada, diciamo al Palazzo dei Diamanti. E prima di arrivare a metà strada, dovremmo arrivare a metà strada rispetto alla metà (diciamo più o meno dalle parti della Certosa). E così via.
Per metterla in un modo più matematico, il paradosso è che il figurante non può spostarsi dalla Casa del Boia (diciamo il punto A) al Castello Estense (diciamo il punto B) senza attraversare tutti i semi-intervalli successivi di AB, vale a dire AB/2, AB/2/2= AB/2^2, AB/2/2/2=AB/2^3….AB/2/2/2…./2…= AB/2^n e così via continuando con i numeri interi perché, come si è già detto,

“Esiste sempre un numero intero maggiore di tutti gli altri”

Per essere ancora meno poetici e più matematici, l’intero n che compare nella espressione AB/2^n può assumere i valori 1,2,3,4,…e i puntini stanno a significare che la sequenza non ha un limite.
Oddio! Un orrido! Un Senza Fine!


Si tratta della temutissima regressus ad infinitum, la regressione all’infinito. Una catastrofe, letteralmente, la fine del mondo (per inciso : era proprio per scongiurare la caduta dell’astro che i templi greci venivano orientati nella direzione Est-Ovest : gli dei esigevano la nascita del nuovo giorno, di ogni nuovo giorno per n=1,2,3….).
Quello che rende orrida tale regressione è il fatto che viene richiesto di completare un numero infinito di azioni per raggiungere l’obiettivo ed essendo queste azioni infinite, per definizione, non è possibile completarle tutte : la freccia non vola, Achille non raggiunge la tartaruga e noi, figuranti della contrada, non riusciremo a rendere omaggio al Duca d’Este!
Ma come sa chiunque abbia passeggiato per Ercole I d’Este e non ha solo immaginato di farlo, ci deve essere qualcosa che non va nell’argomentazione del crudele Zenone.
Il problema è che la somma di infiniti sotto intervalli non è detto che sia infinita. Vogliamo dimostrarlo? Seguitemi.

Abbiamo diviso il percorso AB in tanti sotto intervalli del tipo AB/2^n, mettiamo insieme tutto e sommiamoli tra loro : iniziamo con i primi due tratti

AB/2 + AB/2 = AB

Ogni AB quindi può essere rimpiazzato da (AB/2+AB/2) e deve essere a sua volta diviso per due cioè

(AB/2+AB/2)/2 + (AB/2+AB/2)/2 =AB/4+AB/4 + AB/4 + AB/4 = AB


E così via, continuando, si avrà sempre più netta la convinzione che la somma, per quanto costituita da infiniti tratti, darà come risultato finale – e non poteva essere altrimenti – un numero finito, l’intero tratto AB : noi ci inchineremo davanti al Duca e Achille raggiungerà la tartaruga non fosse altro per vendicarsi di questa secolare presa per i fondelli (“Cantami o Diva del pelide Achille l’ira funesta contro una tartaruga di lui più lesta”).

La dicotomia quindi è in realtà solo un insidioso problema verbale e non un paradosso. Solo che questa risposta accontenta e probabilmente gratifica la logica, la nostra necessità di comprendere ma non esaurisce l’historìa : per fare questo abbiamo bisogno di qualcosa che è l’esatto contrario dell’infinito: lo zero.


3. La Polvere

Concetti molto
“diversi” hanno
la stessa radice

[J. L. Borges]


Ritorniamo per un attimo alla dicotomia.
Il modo standard di schematizzarla è il seguente :

1) Per attraversare l’intervallo AB dobbiamo prima attraversare tutti i sotto intervalli AB/2^n con n=1,2,3,….(ORRIDO!).
2) Vi è un numero sempre più numeroso di questi intervalli che, man mano si procede nella frammentazione, diventano punti.
3) E’ impossibile attraversare un numero infinito di punti in una quantità di tempo finita.
4) Ne discende, da un punto di vista logico, che è impossibile attraversare AB.

Come la cenere è ciò che resta dopo l’estinzione del fuoco, così i punti sono ciò che resta dal processo di frammentazione dell’intervallo AB. E tra i punti : nulla. Zero.
Così utilizzando l’apeiron, il senza limite, procedendo attraverso una ripetitiva frammentazione, il regressus ad infinitum, si perviene allo zero, un altro orrido della cultura greca.

Per i greci così come non era concepibile l’Infinito, altrettanto accadeva per lo Zero : un Senza Limite è un Senza Forma, quindi, Nulla.

Ricordiamo che lo zero fu “inventato” per puri scopi pratici ed attuariali intorno al 300 a.C. dai babilonesi cioè circa 200 anni dopo i fatti che abbiamo fin qui raccontato.
Si potrebbe quindi dire che i greci non disponevano della strumentazione concettuale per comprendere la convergenza, i limiti, l’Infinito ed il suo inverso, lo Zero.
L’orrido che essi provavano con questi concetti era quello scarto tra l’esistenza - percepita senza limiti e quindi in-comprensibile- e la propria identità - percepita come un granello di polvere e per questo altrettanto in-comprensibile-.
L’orrido è il simbolo della disperata ricerca di un senso che valga a saldare, in una visione coerente e confortante, la nostra umanità finita all’infinito orizzonte di potenziali esperienze; la vita con la morte.
In questa ricerca anche ciò che appare un’identità vuota e perduta, un misero agglomerato d’argilla, un granello di polvere, può essere l’occasione per una creazione o una resurrezione. E viceversa quello che appare una immensità ricca e disponibile, un Universo, può essere anche l’occasione per ricordarci il fango e la polvere di cui siamo fatti.
Una cosa è certa : l’Infinito è fatto di Polvere.
E non solo. L’Infinito viene dalla Polvere.

Nel libro di Giobbe polvere è tutto ciò da cui si sia ritirato il soffio divino e nei Salmi la polvere è sinonimo e figura della disperazione, della mancanza d’ispirazione, della disperante frantumazione, dispersione, molteplicità che sta all’opposto della Parola.
La Parola quindi ci viene in soccorso per sfuggire agli orridi! E c’è una parola che merita un’attenzione particolare e il significato che a questa le è stato attribuito.
Apeiron potrebbe significare, come abbiamo fin qui sostenuto, Senza Limite; questo se attribuiamo alla parola una provenienza attica.
Ma questa ipotesi non è la sola in campo.
Apeiron potrebbe derivare dal semitico àpar derivato a sua volta dall’accadico eperu e dal biblico àfar.
Afar nella Bibbia significa Fango. Argilla. Polvere.

Ora un oggetto qualunque come ad esempio un semplice segmento (o un pensiero) può essere creato o distrutto; in esso, cioè, sono contenuti sia Infinito che Polvere.
In tutti i casi, sia che si parli di sostanza o forma, di significato o significante, àpeiron dice e mostra Caos e Confusione.
Attraverso la matematica - il suo modo e il suo linguaggio - abbiamo sanato una contraddizione, un’ambiguità per la quale non sarebbe stato possibile sommare in un tempo finito, infiniti …granelli di polvere ( questi erano diventati i sotto intervalli nel processo di frammentazione proposto da Zenone).
L’escamotage matematico filosofico, però, sana solo apparentemente la catastrofe della regressione all’infinito e della comparsa del Nulla: in un certo qual modo soddisfa per così dire la logica. Ma noi siamo anche Spirito e Natura e proviamo paura, soccombiamo dinnanzi al “prima di tutto”, all’Infinito, e al “dopo tutto”, alla Polvere.

Solo la Poesia con il suo modo e il suo linguaggio, permette di rimettere a posto le cose, in modo da restituire lo splendore regnante - “le rose di luce”- ricomponendo senso e suono, contenuto e forma. Infinito e Polvere.

Solo la Poesia può sanare quegli orridi che nascono dalla durata di una riflessione e dall’acutezza di un pensiero analitico e ricomporre lo scarto tra l’essere e il conoscere.
Possono bastare poche strofe di Carla Baroni :

“Dall’argilla sei nato ed all’argilla
ritorni sempre con variate forme
per volontà divina nell’eterno”


E ancora

“Seduto al primo mare dell’ignoto
l’uomo non è che pianta col suo ciclo”


O può bastare un verso di Paul Valéry

“Il dono della vita è andato ai fiori”

O solo una parola e la vita/morte, infinito/polvere, che è in essa :

àpeiron.


Esiste un posto dove Infinito e Polvere coesistono e questo spiega perché è il “luogo” più cantato, più descritto e più studiato dall’umanità, dall’inizio dei tempi.
Nel cielo stellato, tra la polvere spruzzata nella volta celeste notturna, c’è l’archetipo del “prima di tutto” e del “dopo tutto”, è un grumo di atomi che viaggia per l’infinito spazio e l’infinito tempo.
Potrà essere ellittico, parabolico o iperbolico il suo viaggio, ma, puntuale, il suo ritorno, arriva.


Bibliografia

P. Valéry, Il Cimitero marino, Oscar Mondadori (1995)
J.L.Borges L’Invenzione della poesia.Lezioni Americane , Mondadori (2004)
D.F. Wallace Everything and More. A Compact History of ∞, W.W. Norton& Co. Inc NY (2003)
H. Melville, Clarel, Adelphi (1993)
G. Semerano, L’Infinito: un equivoco millenario, Bruno Mondadori (2005)
C. Baroni, Rose di Luce, Bastogi (2011)