giovedì 17 settembre 2026

Christopher di Matteo Bianchi: la realtà delle storie

Nel suo saggio Il libro di poesia. Tipologie e analisi macrotestuali del 1983 - fortunatamente, di recente riedito da Quodlibet - Enrico Testa distingue il libro di poesia dalla semplice raccolta di liriche, individuando nel primo una struttura coerente che conferisce al testo un’unità superiore alla somma delle singole liriche: il tutto è più della somma delle parti (e anche differente). Christopher di Matteo Bianchi (Interlinea, 2025) risponde pienamente a questa definizione: non è un insieme di componimenti autonomi, ma un organismo compatto, governato da un principio di coerenza che attraversa poesie e prose, trasformandole in segmenti di un unico macrotesto. Non a caso Giancarlo Pontiggia nella presentazione del libro parla proprio di una “raffinata tecnica di montaggio” per rappresentare “…eventi a volte minimi, osservazioni apparentemente casuali, scatti improvvisi della memoria…”. Bianchi riesce a muoversi tra questi blocchi esistenziali di un “personaggio”- ambiguamente fittizio -, Christopher collegandoli ad altre esistenze e creando così nessi e corrispondenze a ricompattare l’intero testo.
Questa coerenza (complicata lezione incompiuta di Calvino!) non è rigidità ma armonia dinamica: un disegno unitario che accoglie la pluralità senza perdere il senso del tutto. Il libro sembra proprio svilupparsi secondo una logica di montaggio cinematografico, dove le singole sezioni funzionano come inquadrature di una sequenza più ampia, richiamando la famosa riflessione di Ejzenštejn sul cinema come arte del conflitto e della giustapposizione. Il montaggio diventa qui principio di pensiero, capace di restituire la discontinuità dell’esperienza contemporanea. Il raffinato montaggio, quindi, va inteso non come mero artificio tecnico ma come vero e proprio principio compositivo: le unità testuali, attraverso tagli, ellissi e raccordi, generano tensione e senso, producendo un effetto di movimento che trascende la staticità della lirica isolata e dunque pare proprio di… vedere lo street Artist Christopher Channing all’opera per le strade di Parigi e allo stesso tempo pare di percepire …il nascosto di quell’opera: il volto dietro la maschera. In questo senso, Bianchi è stato abilissimo nell’ adottare una strategia anche discorsiva - giocando con l’io, tu, lui, noi, voi - in grado di restituire la frammentarietà dell’esperienza umana, la sua precarietà. L’esergo di Roberto Pazzi riportato all’inizio del libro diventa così altamente evocativo: Poi non so dove abiterò,/ ma se ritornerò/ nessuno mi riconoscerà/ nemmeno questa volta/ accompagnando il lettore all’ingresso del tema principale delle maschere e dei personaggi, che attraversa l’intero libro. Christopher Channing, figura centrale, è l’ artista teatrale, creatura notturna in carne ed ossa ma che nulla impedirebbe di considerare anche un personaggio fittizio. E questo appare paradossate proprio in un oggi nel quale tutti vorrebbero diventare, nella falsità dei social, personaggi in carne ed ossa! Lo stesso vale per Napoleone: il condottiero storico, simbolo di forza e potere, che diventa nell’ultima parte della sua vita ( e del libro) un’ombra fragile dell’uomo potente ch’ ei fu, quasi a voler mettere in crisi in modo assoluto l’ingenua fiducia dell’essere umano nella propria realtà (verità?), nella propria stabilità identitaria. Come insegnava Nicola Chiaromonte, la storia – anche quella individuale – non è solo l’insieme degli eventi che accadono, ma è l’insieme degli eventi che accadono a qualcuno, seppure personaggio di un romanzo. Nel caso del Christopher di Matteo Bianchi, questo qualcuno non è mai isolato, ma è sempre affratellato : Christopher Channing e Matteo Bianchi, Matteo Bianchi e Roberto Pazzi, Roberto Pazzi e (la sua ossessione) Napoleone, si ritrovano legati da una comune fragilità. È proprio questa fragilità intrinseca dell’uomo che fa cadere qualunque maschera, rivelando la precarietà dell’identità, la sua esposizione alla metamorfosi, la comune fratellanza (ἀδελφοί). Uno dei passi conclusivi del libro riflette sul ritorno impossibile, sul piacere di ritrovarsi su un'isola interiore e sul timore che ogni relazione sia destinata a non durare. La verità, ci dice Bianchi, resta sempre distante, altèra, mai un affare personale. In queste righe si concentra la tensione che attraversa tutto il libro: il desiderio di permanenza e la consapevolezza della precarietà, la ricerca di un senso e la sua irriducibile lontananza. Non sarebbe più tornato. Era il suo stato di quiete, il piacere impensato di ritrovarsi sull'isola dentro di sé. Temendo che non avrebbero avuto un futuro insieme, perché non sciolse mai i suoi ormeggi? D'altronde a lui importava che le relazioni durassero, per quanto pericolose, che il tempo si fosse innamorato delle sue imprese, ma a quale cost? La verità fu sempre molto distante, altera, non fu mai un suo affare. In fondo, la verità con la V maiuscola, così come la storia con la S maiuscola, paiono essere niente altro che questo : tempo che si innamora delle proprie imprese.