mercoledì 16 gennaio 2019

Madre Materia

Nel biennio 1926-27 il filosofo tedesco Ernst Bloch (Ludwigshafen 1885-Tubingen 1977) approfondisce gli scritti di Avicenna e Averroè sulla interpretazione dei testi aristotelici, ponendo particolare attenzione al concetto di materia. Oggi grazie alla cura di Nicola Alessandrini il testo di Bloch, pubblicato per la prima volta a Berlino nel 1952, viene finalmente tradotto in italiano.
Nella preziosissima traduzione di Avicenna und die Aristotelische Linke [1], Alessandrini fa rivivere, come lui stesso dice nella introduzione, «…La forza cardiaca della materia e il suo ardore…» [2] ( il corsivo è mio), frase che mi ha precipitato - ma meglio sarebbe dire elevato - in due ambiti per me molto cari e, come cercherò di mostrare, molto vicini l’uno all’altro: quello della fisica e l’altro della metafisica indiana.
Materia (come anche ardore) è, in generale, un termine fondamentale tanto per la fisica che per la metafisica.
Cominciamo da qui, dalla sua “semplice” etimologia.

Nella sua introduzione Alessandrini pone ad esergo la presente affermazione del filosofo tedesco:
«L’omissione dell’antica profondità nel concetto di materia non è stata ancora realmente compresa, mentre il solo fatto che il termine “materia” sia derivato da mater (madre), cioè dal seno sempre fertile del mondo e delle sue forme, figure e strutturazioni sperimentali, piene di tendenze e di latenze infinite, dovrebbe far riflettere…». Già. E infatti, Alessandrini, comincia proprio da qui la sua (la nostra) riflessione su «…Una materia sempre e rigorosamente declinata al femminile, perché materia è prima di tutto mater, madre il cui grembo fecondo partorisce forme sempre nuove, nel cui seno sono latenti le più importanti forme d’esistenza. Tale gestazione diventa il banco di prova di quell’ontologia della speranza che[…] rappresenta il punto in cui convergono la grandezza e la complessità del pensiero blochiano. Per Bloch, infatti, la posta in gioco è altissima, si tratta di dilatare l’orizzonte della speranza dal piano antropologico (per Bloch l’uomo non solo “ha” speranza, ma “è” speranza) al piano ontologico (l’essere stesso, la materia come sostrato comune di tutto l’universo, è permeabile dalla speranza),…»[3].

Qualcuno poi, come il gesuita proibito Teilhard de Chardin, sintetizzerà il tutto con una formula inusuale e dirompente per l’ortodossia cattolica ma così praticabile contemporaneamente dall’eresia cristiana, dalla fisica quantistica e ancora dalla metafisica indiana: dalla materia al logos![4]

Ma riprendiamo ancora per una attimo queste prime battute di Bloch commentate e riprese da Alessandrini e riferiamoci ancora una volta alla etimologia di materia.
È vero che materia è facilmente accostabile, per assonanza, a mater e matrice con i significati propri, rispettivamente, di “chi ha un utero” e di “forma con cui viene modellato un oggetto”; ma è nell’ India vedica che si trova l’etimologia e il significato più profondo dal punto di vista metafisico e fisico del termine. Dice Coomaraswamy nel suo La tenebra divina [5]:

mātrā (come métron) è etimologicamente «materia», non nel senso di «ciò che è solido», ma in quello suo proprio di «ciò che è quantitativo» e che ha una collocazione nel mondo (loka, locus).

Fisica dunque e infatti lo studioso indiano continua dicendo:

Tutto ciò che in questo modo è nel mondo può essere nominato e percepito (nāma-rūpa) ed è accessibile a una scienza fisica e statistica; l’essere senza misura è il dominio proprio della metafisica.

Quindi il paradosso è che la metafisica indù riesca a dare una definizione così…fisica della materia.
Ma non finisce qui perché:

è anche da notare la stretta relazione esistente tra la parola mātrā, mātṛ e māyā, «metro», «madre» e «mezzo magico» o «matrice»: mā , «misurare», e nir-mā, «determinare misurando» sono infatti usati non solamente nel senso di dare forma e definire, ma anche quello strettamente apparentato di creare o dare nascita…

Ma il pensiero vedico è profondo quanto e forse più di quello della fisica teorica e dunque si continua:

[la nascita è un concetto inseparabile da quello di sacrificio]: il sacrificio divide è uno «spezzare il pane»; il prodotto è articolato e indistinto. Il sacrificio è un dispiegare la Verità, un ordirlo in tessuto o ragnatela metafora che è comunemente impiegata altrove in relazione all’irraggiamento della luce fontale che costituisce la tessitura dei mondi. Come l’accensione di Agni è un rendere percepibile e palese una luce nascosta, così il proferire i canti è un rendere percepibile il principio silenzioso del suono. La Parola detta è una rivelazione del Silenzio, che misura la traccia di ciò che in se stesso non è misurabile.

Beh, questa è una pagina degna di un articolo di fisica delle particelle elementari magari a corredo e commento di una foto come questa che descrive un processo di annichilazione (sacrificio) e creazione (nascita) di particelle in un acceleratore



Non è forse qui catturata quella «…forza cardiaca della materia e il suo ardore…» di cui ci parla Alessandrini in questa sua godibilissima traduzione dell’opera di Ernst Bloch?
È vero, come viene detto in quarta di copertina, che il saggio “…ripercorre il tortuoso cammino che da Aristotele, attraverso Avicenna, Avicebron e Averroè , giunge a delineare un concetto qualitativo di materia, intesa come grembo infinitamente fecondo di forme…” , ma il testo è anche un’occasione per riflettere su un’altra “materia” ancora così utopica e (questa sì) veramente oscura: sempre più appare incomprensibile, contraddittoria e anacronistica questa rinuncia a trovare sintesi necessarie su tante cose, a cominciare da quelle che ci coinvolgono nella nostra quotidianità (p.es. nazionalismo & europeismo; democrazia & sicurezza; lavoro & ambiente; identità & social network).
Risulta evidente che per ogni… materia (sic!) è necessario un approccio integrato, complementare che superi cioè le polarizzazioni tra “destra e sinistra… aristoteliche” o tra conoscenze apparentemente distanti perché acquisite con strumenti diversi (fisica piuttosto che filosofia o, perché no?, poesia).

Occorrerebbe cioè sempre fare appello a quello spirito (di speranza) blochiano per il quale “è fecondo solo quel ricordo che al contempo ci rammenta quanto ancora resta da fare”.
E il ricordo che abbiamo oggi della materia è questo [6]:
«…Una manciata di tipi di particelle elementari, che vibrano e fluttuano in continuazione fra l’esistere e il non esistere, pullulano nello spazio anche quando sembra non ci sia nulla, si combinano insieme all’infinito come le venti lettere di un alfabeto cosmico per raccontare l’immensa storia delle galassie, delle stelle innumerevoli, dei raggi cosmici, della luce del sole, delle montagne, dei boschi, dei campi di grano, dei sorrisi dei ragazzi alle feste, e del cielo nero e stellato la notte».

Quanto ci resta da fare!
Quanto è ancora feconda questa madre-materia!


Riferimenti

[1] - E. Bloch, Avicenna und die Aristotelische Linke Ed. Rutten & Leoning, Berlino 1952;
[2] - E. Bloch, Avicenna e la sinistra aristotelica, a cura di N. Alessandrini, Mimesis Edizioni, Milano 2018, pg. 10;
[3] - Ibidem, pg. 11
[4] - B. Razzotti, Teilhard de Chardin. Dalla materia al verbo, Edizioni Messaggero, Padova, 1999;
[5] - Ananda K. Coomaraswamy, La tenebra divina. Saggi di metafisica, Adelphi, Milano, 2017, 2ª ediz
[6] – C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano 2014, pg. 45

giovedì 20 dicembre 2018

Un tuffo e una nuotata: Osip Mandel’štam e Nadežda Chazina

La cosa migliore da fare per gustare la Poesia è sguazzarci dentro. Sì, perché leggere Poesia è come tuffarsi. Per farlo bene bisogna allenarsi e prepararsi…all’acqua che stiamo per raggiungere. Dunque tuffarsi.
La prima volta.
Poi, risaliti in superficie per prendere fiato, bisogna cominciare a nuotare: per raggiungere un orizzonte, una baia appartata, una costa oppure si nuota tanto per fare, senza l’assillo di dovere approdare da qualche parte.
Quando si legge qualunque altra cosa, si nuota per tornare sulla spiaggia e abbrustolirsi al sole e stop.
Per leggere Poesia, invece, c’è questo piccolo, ma mai banale, preliminare: il tuffo. E questo si fa da soli.
Ma appena riemersi, trovare per compagnia un altro poeta da seguire nelle sue calme e filanti bracciate, può essere di estremo aiuto: per accordare un passo, il fiato, lo sguardo tra alto e basso. Tra orizzonte e profondità. Il compagno o i compagni di bracciata potrebbero portarci molto lontano e raggiungere…profondità d’orizzonti altrimenti irraggiungibili anche per il nostro tuffo migliore.
Il 27 Dicembre di 80 anni fa moriva Osip Mandel’štam, il Poeta della Poesia come lo hanno definito in molti. Mi sono tuffato nelle sue poesie cercando di mantenere una postura consona per riuscire ad entrare in acqua nel modo meno rumoroso e caotico possibile. È stato un tuffo profondo, lungo estenuante e così appagante che ritornato in superficie ho trovato la moglie del poeta Nadežda (Speranza in Russo) Chazina e ben altri due poeti ad aspettarmi per la nuotata seguente: Seamus Heaney e Franco Buffoni.

Iniziamo.

Il tuffo dunque [1]:

Amo l’apparizione del tessuto
quando una, due, più volte
manca il fiato e infine arriva
il sospiro che risana.

E tracciando verdi forme,
quasi archi di vele in regata
gioca lo spazio assonnato,
bambino ignaro della culla


Novembre 1933-giugno 1935

La cosa che balza subito agli occhi in questo tuffo è… il fondale: Novembre 1933 - giugno 1935, quasi due anni per sistemare 29 parole in lingua originale (38 in questa superba traduzione di Serena Vitale). Già: un lasso di tempo così ampio sarà, presumibilmente, dipeso da un lavoro estenuante di labor limae del poeta o, più verosimilmente, da uno stesso lavoro della vita sul poeta.
La prima quartina parla della nascita dei versi. La comparsa di parole nei versi e dei versi nelle strofe è di fatto una conoscenza dello spazio (rappresentato dalla pagina bianca); una esplorazione del mondo attraverso la poesia che, come dice Brodskij, è conoscenza tanto analitica che sintetica e profetica. E la scoperta della ritmicità del mondo (non dimentichiamo che ritmo discende dal fonema sanscrito Ṛta , muoversi in modo appropriato) è, parimenti, scoperta del verso e della strofa: corrispondences tutte racchiuse nell’ immagine di una barca a vela che segue il vento, e ne è inseguita, nel suo bordeggio.
E a un bordeggio, a un’onda dunque, s’accorda un battito e un respiro che ri-sana ma che pure ri-suona ossessivamente prima che il fiato diventi parola e che riesca a riunire tutto con/nella Poesia.

Nulla procede linearmente ne processi “naturali”, tutto si svolge per archi, cerchi, spirali centripete o centrifughe. Cicli e rotte omeriche percorse avanti e indietro più e più volte fino a riconoscere punti dell’orizzonte dove il sole sorge o tramonta e stelle che guidano le notti. La Poesia è prima di tutto conoscenza di spazio e di tempo. Più fisica di questa!

Ritorniamo su a prendere fiato e incontriamo gli amici che ci accompagneranno nella nuotata.
Franco Buffoni nel rendere omaggio a Seamus Heaney traduce un saggio del poeta Irlandese su Osip Mandel’štam e sua moglie Nadežda . L’omaggio di un omaggio dunque. Cominciate ad avvertire il passo delle bracciate? Capite chi saranno i nostri amici di nuotata? Siete curiosi di sapere dove ci porteranno? Andiamo allora, bracciata dopo bracciata.

Tra il 1930 e il 1934 Osip Mandel’štam fu tenuto confinato nel gulag di Voronez. Il motivo apparente della condanna ai lavori forzati sembrerebbe essere stato uno schiaffo che Mandel’štam restituì al romanziere Sargidzan il quale aveva precedentemente schiaffeggiato la moglie del poeta. Ma la vera causa del confino risiedeva nell’atteggiamento di un… Davide, grande poeta, contro un Golia con i baffi e gli stivali lucidi.
All’epoca degli schiaffi i Mandel’štam “godevano” già delle attenzioni della polizia e degli informatori di partito, tanto che le autorità sovietiche avevano incaricato proprio il romanziere Sargidizan e sua moglie di spiarli nel condominio dove abitavano. Il vicinato, evidentemente, non era dei migliori e in una di queste liti Sargidizan colpì duramente la moglie di Osip. La denuncia e il processo farsa che ne seguì stabilirono che si era trattato di un caso frutto del «retaggio di un sistema borghese e che, dunque, erano da biasimare entrambe le parti». Ai disordini che seguirono la sentenza uno dei giudici del popolo, Alekesej Tolstoj, tentò di difendersi gridando: «Lasciatemi stare, lasciatemi stare. Non potevo farci niente! Avevamo degli ordini.»

Due anni dopo Osip restituì lo schiaffo. Per dirla con Nadežda, il poeta pensava che «l’uomo non avrebbe dovuto ubbidire agli ordini. Non quegli ordini. E questo è tutto.»

Naturalmente, questo è ben lungi dall’essere tutto. Lo schiaffo fu un segno visibile di una grazia interiore che a Mandel’štam era ritornata a metà del 1930, quando fece il viaggio in Armenia. Nel corso dei suoi spostamenti laggiù, si ristabilì in lui il senso di essere nel giusto, quella libertà interiore senza la quale non riusciva a chiamare a sé la poesia, e si ruppe il silenzio poetico durato cinque anni. Insieme alla poesia arrivò la capacità di non ubbidire agli ordini, e, parrebbe, quasi per provare a se stesso che quella capacità era incondizionata, Mandel’štam scrisse poi il componimento, per lui atipicamente esplicito e «politico», contro Stalin, Il monastero del Cremlino. In realtà, fu questa poesia la vera causa del primo arresto di Mandel’štam uno o due giorni dopo l’incidente dello schiaffo: Davide aveva affrontato Golia con otto distici di pietra nella fionda.[3]

La storia degli ultimi anni di vita del poeta, della sua morte avvenuta il 27 Dicembre del 1938 (lo stesso anno nel quale in Italia venivano promulgate le leggi razziali) e le vicende rocambolesche di come le sue poesie del periodo sono riuscite ad arrivare fino a noi sono state raccontate da sua moglie e composta ed elegante “tuffatrice”, Nadežda.

Come ci dicono Heaney e Buffoni : «Alla fine degli anni Sessanta del Novecento furono scritti due libri tra i più fortificanti dei nostri tempi, Hope against Hope (Speranza contro Speranza) e Hope abandoned (Speranza abbandonata) di Nadežda Mandel’štam (con l’evidente gioco di parole per via del suo nome…). In questi libri [4,5]abbiamo uno sconvolgente atto d’accusa contro quasi tutto ciò che accadde nella Russia postrivoluzionaria e, più relativamente, la storia dell’esilio di Mandel’štam a Voronez, il suo ritorno a Mosca nel 1937, il nuovo arresto e la deportazione in un campo di lavoro: «Il mio primo libro fu Pietra e anche l’ultimo sarà pietra.» Morì poco prima del quarantottesimo compleanno in un campo di transito vicino a Vladivostok, dopo aver percorso le cinquemila e cinquecento miglia da Mosca viaggiando su un treno per il trasporto di prigionieri. La causa ufficiale della morte fu «collasso cardiaco»[3]

[…]Per il lettore sovietico, Mandel’štam come poeta era finito dopo l’apparizione di tre libri che nel 1928 segnarono il culmine della sua carriera pubblica di scrittore: le Poesie, un volume contenente Il rumore del tempo, il resoconto autobiografico dell’infanzia a Pietroburgo, e il brano dal titolo romanzesco Il francobollo egiziano. Ma a Voronez i Mandel’štam riempirono tre quaderni con l’opera successiva.
Scrive Nadežda:

Mi hanno chiesto spesso dell’origine di questi «Quaderni». Era questo il nome che usavamo per riferirci a tutte le poesie composte tra il 1930 e il 1937, che a Voronez ricopiammo su normali quaderni scolastici (non riuscimmo mai a ottenere carta decente e perfino procurarsi questi quaderni era difficile). Il primo gruppo andò a formare ciò che ora si chiama il «Primo quaderno di Voronez» [nuovo lavoro svolto in esilio, a quanto pare], e poi tutti i versi composti tra il 1930 e il 1934, che erano stati sequestrati durante la perquisizione del nostro appartamento, furono ricopiati in un secondo quaderno (…). Nell’autunno del 1936, quando si erano accumulate delle altre poesie, M. mi chiese di procurarmi un nuovo quaderno.[3]

Nel terzo capitolo di Hope abandoned, Nadežda afferma implicitamente l’importanza… dell’amicizia con poeti quali Nikolaj Gumilëv e Anna Achmatova. Il capitolo è sul nutrimento morale e artistico che può scendere su una comunità di spiriti che abbiano «pieno diritto di riferirsi a se stessi come “noi”»:

Sono assolutamente convinta che senza questo «noi», non possa esserci un compimento adeguato neanche del più comune «io», ossia della personalità. Per trovare il proprio compimento, l’«io» necessita di almeno due dimensioni complementari: «noi» e – se è fortunato – «tu». Penso che M. sia stato fortunato ad aver avuto un momento nella vita in cui era unito dal pronome «noi» a un gruppo di altri.»

Come si intuisce non è possibile smettere di nuotare: vediamo sempre un orizzonte più accattivante davanti alle nostre bracciate e, se non è l’orizzonte ad attrarci, lo farà la profondità del fondale o la vastità della luce sopra di noi. Quando si nuota con questa compagnia non si ha voglia di fermarsi, di tornare a riva.
E allora per concludere questo post commemorativo che non porta a nessun…posto delle fragole - perché è il POSTO - non possiamo che ringraziare i nostri compagni di nuotata e chiedere al Poeta della Poesia di accompagnare le nostre bracciate con qualcuna delle sue ultime parole:

E dallo spazio esco nel giardino
incolto delle grandezze,
strappo l’immaginaria costanza,
l’autoconsenso delle cause.

E il tuo manuale, infinità, io leggo
da solo, lontano dagli uomini:
selvaggio erbario senza foglie
libro di problemi delle radici enormi.






Riferimenti
[1] - Osip Ėmil'evič Mandel'štam, Quasi leggera morte. Ottave, a cura di Serena Vitale, Adelphi, 2017
[2] - Franco Buffoni in Almanacco dello Specchio n. 14 Mondadori, 1993
[3] - http://www.nuoviargomenti.net/poesie/seamus-heaney-su-osip-e-nadezda-mandelstam/
[4] - Nadežda J. C. Mandel'štam, L'epoca e i lupi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1971
[5] - Nadežda J. C. Mandel'štam, Le mie memorie, Milano, Aldo Garzanti Editore, 1972

martedì 11 dicembre 2018

Gli ologrammi poetici di Maria Luisa Vezzali

Come si fa a scrivere di una poetessa che si pensa di conoscere?
Semplice: leggendo anzi olografando la sua poesia.
Sì, di Maria Luisa Vezzali – è questa la poetessa della quale voglio scrivere – possiamo venire informati dalle parole facilmente intercettabili in rete o sulla quarta di copertina di uno dei suoi rari libri e potremmo svelarne qualche dettaglio in più alla lettura dei pochi versi sversati dalla superficie cartacea nell’abisso digitale. Impareremmo così che Maria Luisa Vezzali è docente di materie letterarie nella scuola superiore che ha tradotto Adrienne Rich per Crocetti (Cartografie del silenzio, 2000; La guida nel labirinto, 2011) e di Lorand Gaspar per Donzelli (Conoscenza della luce, 2006) e che prima di quest’ultima raccolta (Tutto questo con una prefazione di Elio Grasso, Puntoeacapo edizioni, 2018) ne ha pubblicate poche altre (L’altra eternità, Laboratorio, 1987; Eleusi marina, Guerini & Associati, 1992; dieci nell’uno, Eidos 2004; lineamadre, Donzelli 2017, Forme implicite, Allemandi 2011).

È inutile, per scrivere di una poetessa che si pensa di conoscere bisogna leggerla e rileggerla e ancora una volta leggerla.

Ma leggere poesia non è operazione semplice perché le parole non vanno accolte come quelle di un racconto con lo scopo di arrivare a una fine, alla scoperta di una impensabile verità, di un retroscena o una soddisfacente comprensione del fatto. No! Leggere la poesia richiede l’impegno, la grazia e la postura del…tuffatore di Paestum, perché non sono le parole a venire da noi ma noi a tuffarci in esse e a penetrarle a diversa profondità.

Partiamo da una considerazione generale. Noi (intendo specie homo comprendente così anche i nostri antichi antenati, erectus e abilis) “ascoltiamo/scriviamo/leggiamo” poesia, perché nel farlo la …creiamo.
Penso all’homo che ha inciso l’uro di Papasidero circa 10 000 anni fa e, ancor prima, all’homo di Altamira in Spagna o di Chauvet in Francia. Vale evidentemente il contrario, trasformando l’analogia in identità: nel crearla, ascoltiamo/leggiamo/scriviamo poesia.
E qui non possiamo che rifarci a Enzo Melandri che nel suo La linea e il circolo (del 1968 e ristampato da Quodlibet nel 2004) c’informa che :

«…una delle convinzioni più inconcusse […] di tutto il pensiero critico moderno, sia esso filosofico o no [ è che] non sia possibile superare in ingegno coloro che in epoca preistorica, hanno scoperto come addomesticare gli animali, selezionare le graminacee e fondere i metalli in leghe. In queste tre attività ci sono già tutti gli schemi di ragionamento utili per arrivare fino a noi…»

Se due più due fa quattro è perché l’uomo coltivava i campi. E viceversa
Se la Gioconda ride è perché l’uomo doveva scacciare i demoni dalla grotta di Papasidero. E viceversa.
Se… Tu ne quaesieris scire nefas quem mihi quem tibi è perché i romani hanno marciato al ritmo di 15 battute lungo proprio quelle strade che avanzando, man mano, costruivano! E viceversa.

Lo stesso che si è detto per la lettura vale, per il principio di identità, anche per la scrittura.
Quello che mi preme sottolineare è questo intreccio di azioni inestricabile che, volenti o nolenti, continuiamo a compiere grazie al nostro DNA: quale stretta familiarità esiste tra l’addomesticare e trovare le parole giuste per parlare, scrivere o insegnare; e quanta ancora ne esiste, di familiarità, tra fondere metalli per produrre leghe e le conoscenze acquisite per produrre una Grande Teoria Unificata (GUT) in fisica.
Tuffarsi in queste acque profonde e misteriose, ripeto, con l’impegno, la grazia e la postura del tuffatore archetipico vuol dire leggere, o meglio come ho anticipato, olografare poesia.
La Poesia parte sì da un linguaggio ma per disattivarne le funzioni informative e renderne possibile un altro uso particolare e differente che potremmo definire autosimilare o meglio ancora frattale.
In matematica, un oggetto auto-simile è esattamente, o approssimativamente, simile a una sua parte. Molti oggetti nel mondo reale, come ad esempio le coste, sono statisticamente auto-simili: parti di questi oggetti mostrano le stesse proprietà statistiche a differenti scale di osservazione. L'auto-similarità è una proprietà tipica dei frattali.
A diversi ingrandimenti di queste strutture si annida una essenza che permea tutto l’oggetto, tanto che qualunque sua parte resta simile al tutto.
A volte leggere poesia significa doversi muovere su scale diverse di osservazione quasi si possedesse uno strumento in grado di spaziare dall’atomico all’astronomico. Succede allora che se l’eccesso di ogni sensibile possa provocare l’ annientamento dell’organo sensorio, il difetto ad ogni scala d’osservazione ne potrebbe, viceversa, aumentarne la capacità.
Leggere poesia quindi è scoprire ( ad ogni lettura, ad ogni ingrandimento!) un nuovo “difetto” introvabile e invisibile fino alla osservazione precedente : è facile così passare dal fondamento comune della nostra umanità, ( attraverso una imperfezione del nostro patrimonio genetico) alla nostra più individuale e unica esperienza racchiusa magari in un singolo verso, (il nome della materia è anima), una singola parola (ossa), una particolare disposizione di una fonema rispetto agli altri.
La Poesia della Vezzali restituisce questa caratteristica frattale tanto che per alcune composizioni (quelle ad esempio raccolte nella sezione Cartoline metafisiche di Tutto questo) si avvertono questi passaggi di scala vertiginosi che vanno da un luogo metafisico (l’esergo aristotelico) al luogo fisico (da dove la cartolina viene inviata) passando per una nota di camomilla e ancora più giù (su?) al rumore che fa il prima della vita o il dopo.
In altre composizioni ancora la Poesia - proprio come le “ossa” che si annidano nella carne per reggerci o nella scuola per sorreggerla - si insinua nella… poesia. È il caso ad esempio di questa nell’ospizio del cranio tratta dalla sezione Scuola d’ossa:

nell’unica durata nell’unico
qui possibile dimoriamo
cantando

per niente nei viali convergenti
nella madre di respiro niente
ascolto

nell’agio delle mani d’amarsi
per niente e niente seggiole intorno
al tavolo

piuttosto nella sete piuttosto
nella fame sete nella fossa
di svaso

come di notte giorno si sente
da finestre variamente aperte
nel cranio

rotolare i cibi sui ripiani
urtare le pareti del frigo
ronzando

e le porte pulsare di carne
aprire chiudere via la luce
nel fango

e le voci maturare organiche
trasudare dilatare umori
lontano

questa fitta l’abbiamo sentita
di notte giorno sentita tutta
più dentro

il nome della materia è anima
l’abbiamo sfarinata per questo
per questo


Se proviamo ad allineare le parole che abbiamo scritto in corsivo riusciamo a riprodurre questa impressione frattale e a recuperare ancora (altra e inesauribile) poesia:

cantando
ascolto
al tavolo
di svaso
nel cranio
ronzando
nel fango
lontano
più dentro
per questo

Per questa intrinseca struttura autosimigliante, alle diverse scale di osservazione (testo complessivo, strofe, verso, parola) nella Poesia della Vezzali tanto il peso che la grazia sembrano affiorare dalla pagina o se vogliamo, riusciamo ad andare loro incontro a differenti profondità.
Questo perché la scrittura olografica della Vezzali conserva la grande capacità di ricordare la nostra abilità di “addomesticare gli animali, selezionare le graminacee e fondere i metalli in leghe” senza però dimenticare la fragilità della nostra natura di animali razionali, sentimentali, rituali.

Ed è solo attraverso una lettura olografica (così come lo è stata la scrittura) che possiamo recuperare questa particolare risonanza che chiamiamo Poesia e assaporare, ad ogni particolare, l’immagine di …Tutto questo.

giovedì 6 dicembre 2018

ARS poetica

Ṛta (devanāgarī ऋत) è un termine sanscrito che compare negli antichi testi indiani dei Veda (ca. 2000 a.C.). Con Ṛta si intende l' "ordine cosmico" a cui soggiace l'intera realtà, ma anche una consuetudine sacra ovvero l'associazione tra il rito sacrificale e il ritmo dell'universo a cui esso è strettamente associato. Esso prelude, quindi, al termine più diffuso, e successivo, di Dharma (Legge cosmica).
Il termine Ṛta deriva da (radice sanscrita di "muoversi") e *ar (radice indoeuropea di "modo appropriato"), quindi "muoversi, comportarsi, in modo corretto". Così Ṛta acquisisce il pieno significato di "ordine cosmico" ovvero della Realtà che procede priva di contrapposizioni od ostacoli.
Questo termine è legato, sempre per mezzo della radice indoeuropea di *ar, al termine greco harmos (da cui l'italiano "armonia") e al latino ars da cui "arte".
Non possiamo quindi evitare un collegamento diretto tra questo termine e l’arte in generale vista come attività che “si fa (si muove) in modo appropriato” come un vero e proprio rito con un suo ritmo: parole che non possono non essere accostate per nascita etimologica proprio a Rta. Parole che non possono non ricordarci quello che, ad esempio, la poesia dovrebbe appropriatamente fare, vale a dire ex-movere e cum-movere.
Ṛta è particolarmente considerato nei riti e nelle pratiche artistiche, ovvero nella corretta esecuzione del farsi (rito) che permette la permanenza stessa di un equilibrio cosmico (ritmo).

Tutta questa premessa per introdurre la fondamentale Lettera ai Pisoni di Orazio e parlare dell’armonia o, che è lo stesso, dell’Arte Poetica.

Ma si può partire anche dalla fine, cioè da oggi (ca. 2000 d.C.) e compiere un viaggio speculare a quello che va dalla parola ars alla Lettera ai Pisoni.
È un viaggio a ritroso che parte dal poeta centenario Lawrence Ferlinghetti e arriva alla stessa Epistola del poeta lucano di Venosa.
Come avrebbe detto il premio Nobel della letteratura Tomas Tranströmer ( grandissimo ammiratore del poeta Orazio): non solo noi guardiamo i ricordi ma anche loro ci guardano.

Il poeta-editore- impresario della controcultura americana Lawrence Ferlinghetti nel 2019 compirà 100 anni. Questo little boy che ha visto lo sbarco sulla Luna quando era appena cinquantenne intende chiudere la sua opera con un autobiografia che l’editore Doubleday ha deciso di pubblicare negli Stati Uniti poco prima del giorno 24 Marzo in cui il protagonista della Beat Generation arriverà appunto al suo secolo di vita.
Il poeta chiude così la sua autobiografia:

«Little boy, cresciuto da dissidente romantico, ha mantenuto la sua visione giovanile di una vita destinata a durare per sempre, immortale come lo è ogni giovane, convinto che la sua identità speciale non perirà mai , sì, credendo tutto ciò a dispetto del destino sfrenato dell’intera umanità che, secondo gli scienziati, ben presto scomparirà, con la Sesta Estinzione della vita sulla Terra. Ecco perché il canto degli uccelli, ora, non è un cinguettio di estasi ma un grido di disperazione».

Potrebbe sembrare una dichiarazione apocalittica ma non lo è perché nonostante l’estinzione annunciata (dal canto degli scienziati); nonostante il canto di disperazione degli uccelli ( o di chi dimentica di essere un little boy ), il Poeta da sempre ha la consapevolezza che non omnis moriar (Orazio, Odi, III, 30, 6), cioè di non morire del tutto e quindi che non tutto morirà.
Nel suo volumetto di 116 pagine dal titolo Cos’è la poesia, Ferlinghetti assegna un compito all’arte poetica e fa del poeta un protagonista dei tempi. Solo un forte richiamo ai valori umani interiori e una poesia che li esprima attraverso una trasmissione orale possono riportare l’umanità ad una condizione di armonia e farle recuperare l’equilibrio perduto.
Il suo amico Jack Kerouac avrebbe parlato, di ordine cosmico, di Dharma.
Cos’è la poesia si compone di due parti: nella prima il poeta si sofferma sui temi e i modi della produzione poetica. Nella seconda parte, dal titolo evocativo Sfide per giovani poeti , Ferlinghetti mostra ai giovani attratti dalla poesia, le vie del fare poetico: il modo corretto di muoversi.
Il rito e il ritmo. Parole che, ripeto, guardano alla radice sanscrita Ṛta ( "ordine cosmico") e dunque alla Ars poetica di Orazio e che dalla stessa radice sono guardate.
A sfogliare le pagine di Cos’è la poesia del poeta beat sono tantissimi i rimandi e i richiami al poeta Orazio a quella comune fiducia nell’altezza e validità dell’arte e alla convinzione di un messaggio che possa valicare i confini dello spazio e del tempo. Ferlinghetti non fa che ribadire con stringatezza quasi aforistica le idee formulate nell’Ars poetica di Orazio e che l’arte è la forza di queste idee, religione dell’anima e che dunque il poeta è un semplice banditore impegnato a divulgarle, sensibilizzare ed educare ad esse.

E le idee sono quelle che richiedono un rito per un ritmo con lo scopo di preservare un ordine o ripristinarlo: il requisito di semplicità e unitarietà (simplex et unum) dell’opera ; un perspicace accostamento (callida iunctura) di termini da cui possano scaturire nuovi significati; il criterio determinante dell’usus, della lingua viva, parlata e scritta, nel decretare la nascita, morte e resurrezione di voci antiche e moderne; la messa al bando di paroloni lunghi “un piede e mezzo” (sesquipedalia verba) che rendono stucchevole il frasario tragico; evitare la «montagna» di un altisonante esordio che partorisce il «topolino»; attingere ai vantaggi (commoda) che gli anni nel sopraggiungere portano con sé e che sottraggono scappando via; indugiare nel labor limae di una paziente e infinita revisione formale; lasciarsi sedurre dalle coppie complementari ars/ingenium e natura/ars per stabilire «un’ amichevole congiura»; ricercare l’equilibrio tra dulce e utile.

Ma le idee sono anche quelle che richiedono un ritmo per un rito, per poter cantare un’armonia nascosta che avvertiamo soprattutto in quei momenti nei quali il canto degli uccelli non sembra più essere un canto d’estasi o quando perdiamo la nostra visione giovanile di una vita destinata a durare per sempre, immortale come lo è un giovane, anche di 100 anni, convinto che la sua identità speciale non morirà mai.
Come lo siamo convinti noi.

Da Greatest Poems (Mondadori, Lo Specchio, 2018)

Pound a Spoleto
[…]
In sala di colpo si era fatto silenzio. Quella voce mi ha sconvolto, così pacata, così sottile, così flebile, eppure così tenace. Ho posato la testa sopra le braccia sulla balaustra di velluto. Mi sono sorpreso nel vedere una lacrima, una sola, cadermi su un ginocchio. La sottile, indomita voce continuava a risuonare. Uscendo alla cieca dalla porta sul retro del palco sono passato nel corridoio deserto di quel teatro dove gli altri, seduti, erano ancora girati verso di lui, poi sono sceso e sono andato fuori nella luce del sole, piangendo…

Lassù sopra la città
____________________lungo l’antico acquedotto
________________i castagni
___________________erano ancora in fiore
Muti uccelli
____________volavano nella valle
________________________________molto più giù
Il sole splendeva
___________________sui castagni
e le foglie
_____________stormivano al sole
___________e stormivano stormivano stormivano
_____________E avrebbero continuato a stormire
La sua voce
______________risuonava
_______________________risuonava
________________________________tra le foglie…

lunedì 22 ottobre 2018

La compagnia più bella: la poesia di Kathleen Jamie

Nel Post delle Fragole abbiamo già ospitato la poetessa Kathleen Jamie in occasione della sua raccolta La casa sull’albero [1] tradotta - o sarebbe meglio dire con Attilio Bertolucci, imitata - da una delle nostre migliori esperte di poesia anglofona: Giorgia Sensi[2].
Kathleen Jamie è nata in Scozia nel 1962 e si è laureata in filosofia all’Università di Edimburgo. È di questi giorni l’uscita della sua ultima raccolta The Bonniest Companie curata nella traduzione ancora una volta da Giorgia Sensi per i tipi di Medusa (La Compagnia più bella).[3]
I temi della poesia di Kathleen Jamie sono per lo più di carattere naturalistico e prevalentemente riferiti alla sua amata Scozia selvaggia e domestica. La Jamie è anche una notevole narratrice di viaggio e pertanto esperta naturalista ed ornitologa. E viceversa.
Le sue poesie pertanto sono sempre animate da questa costante conversazione, a volte dai risvolti antropologici, tra mondo naturale e mondo umano, tra uomini, donne con animali, alberi, e paesaggi. Le origini famigliari, la maternità, la nascita, i ricordi e le scampagnate quotidiane sono le tappe di scoperte più profonde dalle atmosfere magiche.
Tutto questo viene amplificato da alcuni termini (quasi ritualistici) dell’antica lingua scozzese, lo scots, conferendo alla sua poesia una natura rarefatta e misteriosa che sembra aprire uno spiraglio tra silenzio e mondi senza tempo.
Oltre agli eventi sociali e culturali che hanno alimentato le immagini della sua poesia ( la Jamie è stata una fervente attivista della campagna per il “YES” al Referendum del 2014 sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito); ma , prima di questo, un altro evento di natura più intima e privata ha suscitato una esplosione ispiratrice non indifferente.
Nel 2002 la Jamie scopre di avere un tumore al seno e dopo l’intervento si risveglia con una lunga cicatrice a forma di Y che le si allungava sul petto. È lei stessa a raccontare nei minimi dettagli lo choc provato nell’abbassare lo sguardo e scoprire la propria parete toracica completamente piatta, quasi da bambina.
Quel nuovo segno “le si era scritto” sul petto, un segno che scoprirà essere famigliare nel senso che aveva, per così dire marchiato, in un modo o nell’altro, altre donne della sua famiglia e non solo. Tanto è bastato per fare di quella cicatrice il kleos (vedi più avanti) di una stirpe di donne scozzesi da onorare: sua madre e prima di lei sua nonna e ancora più su le sue antiche progenitrici, donne-uccello, donne-albero, donne-costa frastagliata.
Lei, poeta, sapeva perfettamente che un segno in poesia apre a nuove possibilità della lingua e fa emergere una voce dal silenzio. Comincia così a chiedersi: «Cosa fa un’artista quando inizia una nuova opera? Traccia un segno. Io adesso ho un nuovo segno. Posso cominciare l’opera!»
Troppi sguardi di medici, nel corso degli interventi e delle terapie, si erano soffermati su quel segno leggendolo nell’unico modo, per loro, possibile ma se invece, si chiese la Jamie, fosse stato un’artista a guardarlo e a leggerlo?
Ecco la storia di come quel segno si è mutato di volta in volta in mappa, in fiume, in un ramo di sorbo, nel gambo di una rosa.



YES
Kathleen si rivolse alla sua amica di lunga data e le chiese se voleva dare un’occhiata alla ferita. Brigid [4] conosceva Kathleen da bambina e avevano affrontato insieme tante cose: lotte sulla parità di genere, la campagna per l’Indipendenza della Scozia e anche quest’ultima prova della sua malattia. L’aiutò a scoprirsi e vide il
suo spazio svuotato e quella lunga Y sul petto dell’amica.

-Sai, sono così abituata ad essere letta da tanti medici che provo quasi un senso di sollievo al tuo sguardo. Una carezza.- disse Kathleen

-Capisco quello che provi, ma io non leggerò mai questa Y!- rispose Brigid con un tono piuttosto scosso.

-Stai tranquilla -proseguì Kathleen - per me è tutto OK. Mi sono convinta del fatto che questo segno sul mio petto rappresenti il
kleos della mia famiglia. Sì, mi rendo conto che non si tratta di un fiore di loto come quello che la giovane Phrasikleia va mostrando da migliaia di anni ma è pur sempre un modo di “far girare la voce”.-

Brigid conosceva la storia della koure, la statua della fanciulla, che lei e Kathleen avevano visto al museo di Atene in un loro viaggio in Grecia. Sentiva che Kathleen attraverso quella immagine le parlava del suo passato, della madre e della nonna anche loro operate al seno e che in qualche modo riteneva questa Y il proprio
sperma pyros, il seme di fuoco, che si apre di giorno e si chiude di notte proprio come fa un fiore di loto o un fuoco perenne.

Brigid alzò lentamente gli occhi dal segno e guardò l’amica e prima ancora che Kathleen le chiedesse qualcosa disse:

-Ok, facciamolo. Diamo voce a questo segno. Che diventi veramente il tuo fiore di loto o se non proprio questo, un ramo di sorbo, una rosa canina, un nuovo albero piantato nella tua campagna-
Il periodo di guarigione e di convalescenza sarebbe diventato un processo creativo. Brigid avrebbe creato dei dipinti e delle sculture partendo dalla forma del segno, Kathleen avrebbe scritto delle brevi prose poetiche a partire dal suono di quel segno.
Y come YES.
“Talvolta sento quasi una dolce selvatica musica” scrisse Kathleen in una delle sue poesia “percepibile nei vuoti tra le foglie del sorbo”.E questi rumori distanti del giardino mi ricordano un “rumore di nodi che si sciolgono, il rumore della benigna indifferenza del mondo”.[5]

Il dipinto che Brigid creò per accompagnare queste parole rappresentava un ramo di sorbo, ricoperto da strati di gesso e gommalacca e poi sabbiato per tornare a essere visibile come se le foglie del sorbo stessero sorgendo a nuova vita. Come quelle parole antiche ma sempre vive che Kathleen andava scrivendo quasi fossero delle iscrizioni epigrammatiche su un basamento che avrebbe accolto la statua di una koure.

Un giorno a Brigid capitò di imbattersi in un verso di Robert Burns :
“Cogli il fiore: la sua freschezza viene meno!”. Questo la ispirò per creare una rosa canina, modellata sul profilo della cicatrice di Kathleen e che emergeva da una pagina macchiata, simile ad una di quelle miniature dei manoscritti medievali.
In una delle loro chiacchierate, dove si guardavano bene dal raccontare le loro creazioni, Kathleen raccontò a Brigid che sua nonna chiamava il petto
breist e il seno kist.

-Le ginocchia di mia nonna e il suo abbraccio erano i luoghi dove mi sentivo più al sicuro - confidò Kathleen all’amica – come un ago in una scatola di cucito, come una sottana che ti tiene pulita e al riparo dal mondo-
Brigid creò una scultura a cui diede il titolo kist.

Kathleen scrisse una breve prosa poetica dal titolo
Heredity 2 [6] dove elencava il nome di donne sposate con minatori, boscaioli, fabbri, muratori; uomini che furono mandati in guerra e che ritornarono devastati nella psiche. Quelle donne che restavano piantate come alberi nelle campagne si ammalavano e offrivano ai loro cari la memoria di una cicatrice, la certezza del kleos. E i loro nomi, quello di queste donne e quello dei loro mariti, “girano ancora” e sono arrivati a noi: Isabella Telford, il marito di Margaret Stirling ...

Nel raccogliere tutte queste parole e i dipinti, le sculture, nati da questa stravagante terapia Kathleen concluse che rimettersi in salute dopo l’intervento era stata gioia pura, per certi versi:

- Nessuno voleva niente da me, camminavo in riva al fiume, dormivo meglio di quanto mi fosse accaduto da anni...-
Il segno che si mostrava sul suo petto, quel kleos di carne ancora viva, in fondo era solo un verso in più sul suo foglio e ogni giorno avrebbe avuto la luce giusta e la voce giusta per leggerlo e ascoltarlo cantare tra gli uccelli al riparo dei rami del sorbo.
La Y di YES alle albe scozzesi, al ritorno dei falchi pellegrini e della lince e del lupo nelle highlands; la Y di YES alla vita e perfino al referendum. Il segno dunque era diventato parte di un paesaggio naturale come può esserlo un giardino dietro casa dove sappiamo le cose più segrete (il numero di margherite, il nome di un passero,...).

E, come accade in un giardino, ogni giorno è un apparire di vita nuova, ogni giorno qualcosa muore per rinascere e le margherite che vengono raccolte oggi sono quelle che erano spuntate 300 anni fa![7]

Il giardino

Cosa so io/di come va il mondo/-quasi nulla./C’è mistero nel giardino dietro casa/-specialmente nel mio giardino dietro casa!/Della pioggerella/che fa luccicare il susino/l’ombra della catasta di legna,/il portanoccioline che vibra/quando un passero prende il volo -/e queste margherite/tutte accampate sull’erba/- le stesse della settimana scorsa, dell’anno scorso, stesse/ma non identiche/a quelle che osservavo da ragazza/innocenti e senza pretese/tutte ricevono la loro parte

Riferimenti

[1] - http://thestrawberrypost.blogspot.com/2016/10/la-casa-sullalbero.html
[2] - http://www.cronacacomune.it/notizie/34746/un-sabato-al-mese-il-via-alla-rassegna-con-le-traduzioni-poetiche-di-giorgia-sensi.html
[3] - Kathleen Jamie, La compagnia più bella, a cura di G. Sensi, Edizioni Medusa (2018)
[4] - http://www.brigidcollins.co.uk/
[5] - https://granta.com/frissure/
[6] - Kathleen Jamie & Brigid Collins, Frissure, Polygon (2013)
[7] – John Keats, Poesie , con un saggio di J.L. Borges, Mondadori (2004)

domenica 23 settembre 2018

Fallimento della Lingua e Emergenza della Poesia

Si dice che la Poesia inizia quando una lingua si esaurisce nel suo fallimento.
Il più grande fallimento di una lingua consiste nello svuotamento delle parole. Le parole si svuotano o perché se ne distorce uso e significato o perché le si azzittisce non lasciandole accordarsi alla realtà e, dunque, suonare a tono .
La poesia , paradossalmente, mette a nudo, e a volte favorisce, il fallimento di una lingua perché suo è da sempre il compito, tra gli altri, di riempire queste ciotole vuote che sono diventate le parole.
A tal proposito viene in mente una storiella Zen, molto esemplificativa:

“Nan-in, un maestro giapponese dell’era, Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi.
«È ricolma. Non ce n’entra più!»
«Come questa tazza» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?»”
[1].

La Poesia emerge quando le parole sono state svuotate per via del fallimento della lingua.
In matematica il fallimento topologico è chiamato catastrofe e precede sempre l’emergenza del Nuovo.

Se la poesia quindi rinnova la lingua allora bisognerebbe equipararla alla traduzione di una particolare emergenza o se vogliamo di un’esigenza di Nuovo.
Questa traduzione rappresenta il moto dei mutamenti piuttosto che i mutamenti stessi. Il volo di uno stormo di allodole piuttosto che le allodole. Le rotte migratorie piuttosto che i migranti. Così quando una lingua- per causa o effetto del suo fallimento- non è più in grado di tradurre i fatti, la poesia, sente l’assenza del discorso, avverte la incapacità di parlare e farsi ascoltare e, infine, agisce nel suo ...farsi (poiein non dimentichiamolo vuol dire fare, creare).
In questo momento, alla fine del 2018, gran parte dello spazio pubblico europeo (per non dire mondiale) è un tripudio di posizioni nazionaliste (vedi la Brexit ma anche l’avanzata di posizioni autarchiche e sovraniste in vari Paesi dell’Est europeo, dell’Italia stessa e dell’ America di Trump); un’apoteosi di confini militarizzati a difesa di terre e proprietà; la scoperta (o l’invenzione) di razze e identità più o meno accertate, più o meno fittizie: chi sono gli americani? Chi gli italiani? Chi gli australiani?

Gli sterili tentativi di dare e difendere una spiegazione logica, plausibile e convincente, a questa nuova struttura dello spazio pubblico non possono che ricordarci quello che diceva Calvino a proposito dell’Identità: è un fascio di linee divergenti che trovano nell’individuo un punto d’intersezione.[2]

Ma al di là di queste considerazioni resta il fatto che tutto questo sbandierare e segnare una differenza (affermare quindi una identità) è solo uno specchietto per le allodole per distoglierci dalle contraddizioni di una “guerra alla migrazione di esseri umani” che è una forma più preoccupante di migrazione.

Quella dell’Umanità!

Apparentemente America, Inghilterra, Italia, Ungheria restano, al loro interno, unite ma nel contempo rimangono società, divise ed antagoniste, spinte dallo slogan “prima noi” ( bisognerebbe rileggere “la storia di un ortolano” di Vaclàv Havel a proposito del potere tranquillo degli slogan di regime e delle versioni ufficiali!)[3].

Tali società possono conseguire una sedicente unità solo attraverso l’odio verso un nemico esterno. È facile trovare un nemico e fare apparire tutti quelli che la pensano o vengono indotti a pensarla come te, nostri grandi amici. Fino a poco tempo fa litigavi con il tuo vicino di casa perché aveva la televisione ad alto volume ma appena hai saputo che anche lui ha preso il porto d’armi, come avevi fatto tu l’anno precedente, per difenderti dai...clandestini (quanti?), vi salutate amichevolmente e vi frequentate più spesso, fino al punto di non guardare più la televisione e uscire insieme, per ronde, la sera.

Ma l’euforia di questa ritrovata unità si dissolve molto rapidamente. Gli specchi per le allodole cominciano a frantumarsi non appena i grossi limiti imposti dagli Stati alle libertà di “altri” (le libertà civili, di movimento, di non aver paura, di essere felici, di vivere degnamente) iniziano a limitare anche le nostre identiche libertà. Lo stormo si disperde. A nuoto i migranti raggiungono le sponde.
È in questo spazio pubblico che la lingua comincia a fallire ed è qui che la poesia, da genere marginale la cui esistenza è irrilevante al corso di un...regime, emerge a voce, URLO, che si fa sentire.

Perché la parola rifiutata, falsa o stonata ritorna a sé stessa come parola di rifiuto, verità e canto; perché la parola svuotata di suono e senso si riempie nuovamente e si rinnova in un segno che non può essere integrato e assorbito tra vecchi segni; perché la Poesia emerge come voce di un’Umanità che sta ritrovando una Lingua e che non è più costretta a restare imprigionata o a migrare su una Terra sua.

Quando la lingua fallisce nella promulgazione di leggi razziali, nella propaganda degli slogan di regime, nel vagito di piccoli Grandi Fratellini del web e di ...muti Portavoce in felpa e cravatta, la Poesia emerge e si fa sentire. Sempre.

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla follia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte...
....
II
Quale sfinge di cemento e alluminio gli ha sfracellato il cranio e divorato cervello e immaginazione? Moloch! Solitudine! Lerciume! Schifezza! Spazzatura e dollari inafferrabili! Bambini che strillano nei sottoscala! Ragazzi che singhiozzano negli eserciti! Vecchi che piangono nei parchi! Moloch! Moloch! Incubo di Moloch! Moloch spietato! Moloch mentale! Moloch giudice spietato d’uomini! Moloch prigione incomprensibile! Moloch galera teschio di morte senz’anima e Congresso di dolori! Moloch i cui edifici sono sentenze! Moloch vasta pietra di guerra! Moloch governi stupefatti! Moloch la cui mente è puro ingranaggio Moloch il cui sangue è denaro che scorre! Moloch le cui dita sono dieci eserciti! Moloch il cui petto e una dinamo cannibale! Moloch il cui orecchio è una tomba fumante! Moloch i cui occhi sono mille finestre cieche! Moloch i cui grattacieli sorgono in lunghe strade infinite come Jehovah! Moloch le cui fabbriche sognano e gracchiano nella nebbia! Moloch le cui ciminiere e antenne incoronano le città! Moloch il cui amore è petrolio e pietra senza fine! Moloch la cui anima è elettricità e banche! Moloch la cui povertà è lo spettro del genio! Moloch la cui sorte è una nube di idrogeno asessuato! Moloch il cui nome è la Mente! Moloch in cui mi siedo solo! Moloch in cui sogno Angeli! Pazzo in Moloch! Rotto in culo in Moloch! Senza amore e castrato in Moloch! Moloch che mi è entrato presto nell’anima! Moloch in cui sono una coscienza senza corpo! Moloch che mi ha fatto uscire spaventato dalla mia estasi naturale! Moloch che io abbandono! Svegliatevi in Moloch! Luce che cade dal cielo! Moloch! Moloch! Appartamenti robot! sobborghi invisibili! tesori di scheletri! capitali cieche! industrie diaboliche! nazioni spettrali! manicomi invincibili! cazzi di granito! bombe mostruose! Si sono rotti la schiena innalzando Moloch al Cielo! Strade, alberi, radio, tonnellate! innalzando la città al Cielo che esiste e ci circonda! Visioni! profezie! allucinazioni! miracoli! estasi! alla deriva sul fiume americano! Sogni! adorazioni! illuminazioni! religioni! l’intero carico di cazzate da raffinati! Sfondamenti! al di là del fiume! salti e crocifissioni! giù nella piena! Drogati! Epifanie! Disperazioni! Dieci anni di urli da bestie e suicidi! Menti! Nuovi amori! Generazione pazza! giù sulle geologie del Tempo! Vere risate sante nel fiume! Han visto tutto quanto! gli occhi stravolti! le sante grida! Hanno detto addio! Si sono buttati dal tetto! verso la solitudine! salutando! portando fiori! Giù nel fiume! nella strada!
[4]

Leggiamo tutto il poemetto di Ginsberg e, in generale, leggiamo e rileggiamo Poesia come se volessimo "riempire" la tazza da te del saggio Nan-in.

Provate, provate a svuotare, se ci riuscite, la ...tazza.

Ritorniamo a cantare, come fanno gli uccelli, ad articolare la voce e a distendere l’urlo per... ridarci una lingua, una lingua che possa servirci finalmente a parlare, ascoltare e comprendere di nuovo.

Riferimenti
[1]- Da 101 storie Zen, pag. 13, Adelphi 1973 a cura di N. Senzaki e P. Reps
[2]- http://armida.unimi.it/bitstream/2170/2239/1/UD_A_Sistema%20letterario%20modernit%C3%A0.pdf
[3]- https://lavalledelsiele.com/2011/12/18/storia-di-un-ortolano-di-vaclav-havel/
[4]- da URLO di Allen Ginsberg (1955-1956)


venerdì 27 luglio 2018

Fra(m)menti

Ritorno su Sbolci perché credo di aver raccolto qualche altro frammento della sua opera. Come quindi accade ad ogni puzzle che si rispetti, dopo averlo messo a posto questo ulteriore pezzettino, mi allontano dal piano dell’opera per ri-conoscere meglio il quadro di insieme.
Frammenti: così ero tentato fin dall’inizio a tradurre questo ultimo corso creativo di Renzo Sbolci e lo stesso artista livornese mi conferma nella... tentazione attraverso una sua e-mail:

“....era due anni che lavoravo sui totem e sentivo il desiderio di percorrere nuovi sentieri; così ho cominciato a realizzare una serie di lavori “etichettati” FRAMMENTI alcuni dei quali sono a Ro Ferrarese...”

Ma come tradisce la massa sonica della parola stessa, i due suoni (i due semi) «fra» e «menti» sono legati alla stessa unità significativa come un’orbita ellittica ai suoi fuochi: il termine frammenti vive nell’ellisse generata da «fra» che è fuoco di separazione tra due cose (ma anche riferimento a un pensiero, un sentimento segretamente nascosto...”fra sé e sé”); e l’altro fuoco, «menti», che è riferito a quanto di più intricato e complesso possa essere contenuto negli spazi biologici, quella capacità di (in)-formare e (ri)-creare (dal sanscrito manas=facoltà di misurare, giudicare le cose).
Il paradosso è che è attraverso quel «fra» che i frammenti di Sbolci schiudono un ampio spettro semantico, assumono una grande varietà di profili di molteplici io. Quel fra è cioè il tertium visibile-invisibile che rende possibile la circolazione del tratto, l’addensarsi di colori secondari, l’avvicendarsi di tempi e spazi, ritmi e infiniti delimitati. In quel fra che separa nettamente due frammenti viene messa in scena la soggettività dell’artista, il “fraseggio”.
Mi ripeterò dicendo che così come il DNA si riannoda e spiraleggia nella cellula, il “codice” dell’artista, evidentemente segreto a lui stesso, s’avvolge nelle opere come seme in cerca d’ovulo, come soggettività complementabile e modulabile attraverso la ricerca di un altro da sé luminoso o di un tratto (di sé) geneticamente disposto a duplicarsi. Un incessante e continuo essere-fra che diviene ininterrotto attraversamento e incontro in un luogo; durata e (s)cadenza del tempo. E ancora se preferite un fra origine e meta; mezzo e modo; causa ed effetto; infinito e polvere.
È su questo fuoco che Sbolci conduce la sua battaglia contro un’astrazione negativa dove alla nostalgia dell’infinito sostituisce - astrazione autentica – nostalgia fra questo infinito dipanando grandi matasse di tratti e forme; omaggiando altri artisti e altre tavolozze più o meno consapevoli, più o meno metabolizzate.
Si tratta di nostalgie geometriche e policrome che sembrano emergere da ogni tratto dell’opera alle differenti scale di osservazioni che vanno dal singolo pezzo del puzzle alla cornice o, per meglio dire, alle cornici. Da Euclide a Mandelbrot e ritorno.
Ma se questo è tutto racchiuso nelle vicinanze di questo fuoco (il fra) così biologico e genetico non possiamo però dimenticare, parafrasando Emerson, che ...la natura, che ha fatto l’artista, ha fatto anche la sua opera. La carne cioè si fa respiro e il corpo si fa mente. Arriviamo così all’altro fuoco dell’ellisse: l’incontro con gli altri, le «menti» dei frammenti.
Qui nell’altro fuoco dell’ellisse continua ad essere evidente la gravità che la natura dell’arte totemica esercita sull’artista, la spinta di una mente che suscita domande alle quali solo un pensiero logico squadrato ed euclideo può rispondere.
Le cornici che racchiudono questi frammenti - quasi fossero le membrane cellulari a protezione del nucleo e del codice genetico - sono quadrati che sorgono da orizzonti rettangolari; teste spigolose che poggiano su spalle robuste. Sono le menti che si toccano come le caselle di una scacchiera, come gli abitanti del pianeta Flatlandia che possono conoscersi solo...di lato ed evidentemente impossibilitati a conoscersi realmente.
I frammenti sono fatti così come tante cose sparse fra le cose e pensieri di menti imponderabili e incomunicabili: raccoglierli e metterli insieme potrebbe dare quella sensazione di completezza e bellezza alle quali l’artista (l’opera)...la Natura aspirano.
Orbitare tra questi due fuochi, il primo così metabolico e biologico, il secondo così simbolico e totemico, produce il respiro dell’opera di Sbolci, la sua ellisse. È questa sua astrazione positiva che riesce a ricomporre e tenere insieme i frammenti di una realtà e di una soggettività sempre più minacciate e difficili da tenere integre.
Tra la difficoltà di restare fra sé e sé e quella di confrontarsi con gli altri, Sbolci con la sua arte risponde a questa profonda domanda di co-esistenza e lo fa in un modo che a me piace immaginare così:

«Spesso andando a zonzo tra i suoni e i frammenti della luce meridiana di una delle nostre città (Ferrara, Livorno, Matera, Palermo...) faccio una pausa per buttare giù qualche parola su un foglio di carta o, perché no?, sulle note del cellulare. Oppure mi fermo davanti a qualcosa che mi colpisce e traccio su un taccuino qualche segno o scatto una foto.
Ma faccio tutto questo solo per meditare, sì, per meditare sugli equivoci e sulle questioni eterne della vita, sulla co-esistenza e sulla profondità del fatto che ogni cosa che emerge alla fine converge sia che si tratti di infinito che di polvere.
E dopo aver fatto questo mi accomodo davanti al mio orizzonte a mangiare qualcosa e poi mi metto all’opera...».