martedì 23 febbraio 2021

All'età di 101 è scomparso alla nostra vista Lawrence Ferlinghetti. Ripropongo qui di seguito il Post delle Fragole dell'anno scorso che celebrava i suoi 100 anni. _____________________________________________________________________________ Ṛta (devanāgarī ऋत) è un termine sanscrito che compare negli antichi testi indiani dei Veda (ca. 2000 a.C.). Con Ṛta si intende l' "ordine cosmico" a cui soggiace l'intera realtà, ma anche una consuetudine sacra ovvero l'associazione tra il rito sacrificale e il ritmo dell'universo a cui esso è strettamente associato. Esso prelude, quindi, al termine più diffuso, e successivo, di Dharma (Legge cosmica).
Il termine Ṛta deriva da (radice sanscrita di "muoversi") e *ar (radice indoeuropea di "modo appropriato"), quindi "muoversi, comportarsi, in modo corretto". Così Ṛta acquisisce il pieno significato di "ordine cosmico" ovvero della Realtà che procede priva di contrapposizioni od ostacoli.
Questo termine è legato, sempre per mezzo della radice indoeuropea di *ar, al termine greco harmos (da cui l'italiano "armonia") e al latino ars da cui "arte".
Non possiamo quindi evitare un collegamento diretto tra questo termine e l’arte in generale vista come attività che “si fa (si muove) in modo appropriato” come un vero e proprio rito con un suo ritmo: parole che non possono non essere accostate per nascita etimologica proprio a Rta. Parole che non possono non ricordarci quello che, ad esempio, la poesia dovrebbe appropriatamente fare, vale a dire ex-movere e cum-movere.
Ṛta è particolarmente considerato nei riti e nelle pratiche artistiche, ovvero nella corretta esecuzione del farsi (rito) che permette la permanenza stessa di un equilibrio cosmico (ritmo).

Tutta questa premessa per introdurre la fondamentale Lettera ai Pisoni di Orazio e parlare dell’armonia o, che è lo stesso, dell’Arte Poetica.

Ma si può partire anche dalla fine, cioè da oggi (ca. 2000 d.C.) e compiere un viaggio speculare a quello che va dalla parola ars alla Lettera ai Pisoni.
È un viaggio a ritroso che parte dal poeta centenario Lawrence Ferlinghetti e arriva alla stessa Epistola del poeta lucano di Venosa.
Come avrebbe detto il premio Nobel della letteratura Tomas Tranströmer ( grandissimo ammiratore del poeta Orazio): non solo noi guardiamo i ricordi ma anche loro ci guardano.

Il poeta-editore- impresario della controcultura americana Lawrence Ferlinghetti nel 2019 compirà 100 anni. Questo little boy che ha visto lo sbarco sulla Luna quando era appena cinquantenne intende chiudere la sua opera con un autobiografia che l’editore Doubleday ha deciso di pubblicare negli Stati Uniti poco prima del giorno 24 Marzo in cui il protagonista della Beat Generation arriverà appunto al suo secolo di vita.
Il poeta chiude così la sua autobiografia:

«Little boy, cresciuto da dissidente romantico, ha mantenuto la sua visione giovanile di una vita destinata a durare per sempre, immortale come lo è ogni giovane, convinto che la sua identità speciale non perirà mai , sì, credendo tutto ciò a dispetto del destino sfrenato dell’intera umanità che, secondo gli scienziati, ben presto scomparirà, con la Sesta Estinzione della vita sulla Terra. Ecco perché il canto degli uccelli, ora, non è un cinguettio di estasi ma un grido di disperazione».

Potrebbe sembrare una dichiarazione apocalittica ma non lo è perché nonostante l’estinzione annunciata (dal canto degli scienziati); nonostante il canto di disperazione degli uccelli ( o di chi dimentica di essere un little boy ), il Poeta da sempre ha la consapevolezza che non omnis moriar (Orazio, Odi, III, 30, 6), cioè di non morire del tutto e quindi che non tutto morirà.
Nel suo volumetto di 116 pagine dal titolo Cos’è la poesia, Ferlinghetti assegna un compito all’arte poetica e fa del poeta un protagonista dei tempi. Solo un forte richiamo ai valori umani interiori e una poesia che li esprima attraverso una trasmissione orale possono riportare l’umanità ad una condizione di armonia e farle recuperare l’equilibrio perduto.
Il suo amico Jack Kerouac avrebbe parlato, di ordine cosmico, di Dharma.
Cos’è la poesia si compone di due parti: nella prima il poeta si sofferma sui temi e i modi della produzione poetica. Nella seconda parte, dal titolo evocativo Sfide per giovani poeti , Ferlinghetti mostra ai giovani attratti dalla poesia, le vie del fare poetico: il modo corretto di muoversi.
Il rito e il ritmo. Parole che, ripeto, guardano alla radice sanscrita Ṛta ( "ordine cosmico") e dunque alla Ars poetica di Orazio e che dalla stessa radice sono guardate.
A sfogliare le pagine di Cos’è la poesia del poeta beat sono tantissimi i rimandi e i richiami al poeta Orazio a quella comune fiducia nell’altezza e validità dell’arte e alla convinzione di un messaggio che possa valicare i confini dello spazio e del tempo. Ferlinghetti non fa che ribadire con stringatezza quasi aforistica le idee formulate nell’Ars poetica di Orazio e che l’arte è la forza di queste idee, religione dell’anima e che dunque il poeta è un semplice banditore impegnato a divulgarle, sensibilizzare ed educare ad esse.

E le idee sono quelle che richiedono un rito per un ritmo con lo scopo di preservare un ordine o ripristinarlo: il requisito di semplicità e unitarietà (simplex et unum) dell’opera ; un perspicace accostamento (callida iunctura) di termini da cui possano scaturire nuovi significati; il criterio determinante dell’usus, della lingua viva, parlata e scritta, nel decretare la nascita, morte e resurrezione di voci antiche e moderne; la messa al bando di paroloni lunghi “un piede e mezzo” (sesquipedalia verba) che rendono stucchevole il frasario tragico; evitare la «montagna» di un altisonante esordio che partorisce il «topolino»; attingere ai vantaggi (commoda) che gli anni nel sopraggiungere portano con sé e che sottraggono scappando via; indugiare nel labor limae di una paziente e infinita revisione formale; lasciarsi sedurre dalle coppie complementari ars/ingenium e natura/ars per stabilire «un’ amichevole congiura»; ricercare l’equilibrio tra dulce e utile.

Ma le idee sono anche quelle che richiedono un ritmo per un rito, per poter cantare un’armonia nascosta che avvertiamo soprattutto in quei momenti nei quali il canto degli uccelli non sembra più essere un canto d’estasi o quando perdiamo la nostra visione giovanile di una vita destinata a durare per sempre, immortale come lo è un giovane, anche di 100 anni, convinto che la sua identità speciale non morirà mai.
Come lo siamo convinti noi.

Da Greatest Poems (Mondadori, Lo Specchio, 2018)

Pound a Spoleto
[…]
In sala di colpo si era fatto silenzio. Quella voce mi ha sconvolto, così pacata, così sottile, così flebile, eppure così tenace. Ho posato la testa sopra le braccia sulla balaustra di velluto. Mi sono sorpreso nel vedere una lacrima, una sola, cadermi su un ginocchio. La sottile, indomita voce continuava a risuonare. Uscendo alla cieca dalla porta sul retro del palco sono passato nel corridoio deserto di quel teatro dove gli altri, seduti, erano ancora girati verso di lui, poi sono sceso e sono andato fuori nella luce del sole, piangendo…

Lassù sopra la città
____________________lungo l’antico acquedotto
________________i castagni
___________________erano ancora in fiore
Muti uccelli
____________volavano nella valle
________________________________molto più giù
Il sole splendeva
___________________sui castagni
e le foglie
_____________stormivano al sole
___________e stormivano stormivano stormivano
_____________E avrebbero continuato a stormire
La sua voce
______________risuonava
_______________________risuonava
________________________________tra le foglie…

Louise Glück: la lingua dei fiori

Il Premio Nobel per la letteratura 2020, Louise Glück, nel 1996 aveva da poco pubblicato il suo The Wild Iris. In quella raccolta sembrava che l'autrice avesse solo due preoccupazioni: i fiori e suo marito. Dal marito avrebbe divorziato. Dai fiori, mai, perché una parte consistente della poesia di Louise Glück consiste appunto nel dar voce ai fiori. In occasione di una presentazione le furono rivolte le inevitabili domande su chi fossero i suoi riferimenti poetici e a quale linea della letteratura americana si sentisse maggiormente legata. Louise Glück rispose: “La prossima domanda, per favore”. E se la prossima domanda fosse: “Di cosa parlano le poesie di Louise Gluck?”, bisognerebbe rispondere allo stesso modo "la prossima domanda per favore", finendo per incappare in uno di quei giochi circolari nei quali si esce quando si smette di giocare. Si smette, cioè di fare questo tipo di domande. Nell'imperscrutabile vocabolario della filosofia queste domande verrebbero definite epistemologiche in quanto riguardano la conoscenza del mondo (scientifico, letterario, poetico...), ma il poeta non è interessato a come possiamo conoscere il mondo ma come e perché possa esserci un mondo da conoscere! Basterà un esempio per capire tutto questo e così chi avrà veramente qualcosa da chiedere potrà fare un passo avanti e…tacere. Da The Triumph of Achilles, Filadelfo del 1985: No, fammelo dire, non è la luna./ Son questi fiori/ che illuminano il giardino.// Li odio./ Li odio come odio il sesso,/ la bocca dell’uomo/ che salda la mia bocca, il corpo suo/ che paralizza il mio –// e il grido che sfugge sempre,/ premessa infima,/ umiliante dell’unione –// Stanotte, tra me e me/ ascolto la domanda e inseguo la risposta/ fusa in un suono/ che sale e sale e poi/ si divide nei vecchi sé,/ antagonismi stanchi. Vedi?/ Ci hanno preso in giro./ E il profumo del filadelfo/ fluttua alla finestra.// Come posso riposare?/ Come posso esser contenta/ se nel mondo/ c’è ancora quell’odore?/ “Quali cose hanno dettato parole a Louise Glück ?” Ecco: questa sarebbe una bella domanda da fare a chi la notte tra se e se ascolta e... insegue la risposta che sale e... si moltiplica in ognuno di noi. La luna quando parla è bugiarda, ci prende in giro: scrive una C in cielo quando Decresce e una D quando Cresce. Il filadelfo, no. Sono i fiori a dettare la Poesia a Louise e Louise sta attenta come una bambina che ascolta la maestra: si mette da parte e scrive il Dettato. Ora, come si sa, i fiori hanno un loro linguaggio e la classe quindi va educata ed istruita affinché lo si possa imparare. Come dice Bacigalupo, primo traduttore italiano della Glück, “la poesia di Louise Glück è molto originale, semplice, diretta, senza nessun abbellimento. È facilmente leggibile ma anche un po' sfuggente. Parla del mondo mitico, della natura e della famiglia ma con un certo distacco, è algida. Non c'è nulla di viscerale che di solito garantisce un certo successo…". Già, è proprio come un dettato. L'iris selvatico, una delle poche traduzioni della Glück nel nostro paese, è una raccolta tutta giocata sui fiori che parlano al giardiniere. La poesia di Louise Glück è di fatto la traduzione della natura (esterna e interna): cosa sussurra, dice, grida il mondo naturale? Come lo dice e perché lo dice? Nel rispondere a queste domande la Glück risponde a quelle domande. Nel raccogliere e tradurre queste "parole", il suo dettato personale si trasforma in una risposta collettiva. Questo significa pensare alla vita, al mondo naturale, ai fiori, al filadelfo in un modo molto diverso da quello immaginato dalla scienza e da chi pone le domande per conoscere. Così come non esiste un determinato ingrediente segreto(p. es. il bosone di Higgs, il DNA,un enzima...) nascosto nelle cose e a partire dal quale tutto viene messo in moto sul palcoscenico planetario; allo stesso modo non esiste un solo poeta, una predefinita Scuola letteraria che mettano in moto la Poesia. Si tratta piuttosto di pensare alla vita come a una potenziale circolazione di materia-energia che scorre nel mondo trasformando le forme in essere, mantenendole al proprio posto ( nel giardino) per l'arco di tempo assegnato dalla "stagione". Non significa quindi che i fiori o, perché no?, le pietre sono in vita, ma che sono nella vita, e dunque come tutto cià che vive, parlano e rispondono alle domande.

domenica 10 novembre 2019

Casse di fuga e portatori d'acqua

Nella sua autobiografia Elias Canetti [1] si mostra circondato dal fumo di un incendio. In un gioco di rimandi, tra finzione e realtà, si tratta del fumo dovuto ai libri che il protagonista del suo romanzo, Auto da fé [2], ha bruciato.
Volendo calare il “gioco” nella cruda attualità, questo fumo “eliatico” potrebbe benissimo essere quello del recente incendio doloso alla libreria di Centocelle, La pecora elettrica.

In ogni caso Canetti vede intorno a sé solo deserto e sembra quasi presagire una rovina incombente ma poi, cambia registro e così, passo dopo passo, lascia che la vita riprenda vigore attraverso figure memorabili, tra le quali, quella del Dottor Sonne, il vero centro (il Sole appunto) di questo sistema eliocentrico che fu la grande Vienna degli anni trenta nella quale Canetti orbitò.

…come ho già detto, tra le molte cose che Sonne conosceva a memoria, dal principio alla fine, c’era la Bibbia. Sapeva citare qualunque passo in ebraico, senza esitare e senza dover riflettere. Tuttavia non faceva sfoggio di queste gesta mnemotecniche, che non avevano mai nulla di teatrale… Il modo in cui citava e commentava molti brevi capitoli mi fece cadere di colpo una benda dagli occhi: mi resi conto che Sonne doveva essere un poeta, e proprio in quella lingua ebraica che usava davanti a me. Non osai fargli una domanda diretta, perché quando lui stesso si asteneva dal fornire ragguagli si evitava di toccare l’argomento. In quel caso, tuttavia, la discrezione non mi impedì di chiedere notizie ad altri che lo avevano conosciuto già anni prima. Seppi così – e se ne parlava come se la cosa fosse diventata un segreto ormai da qualche tempo – che Sonne era uno dei fondatori della nuova poesia ebraica. Giovanissimo, all’età di quindici anni, sotto il nome di Avraham Ben Yitzhak, aveva scritto un certo numero di poesie ebraiche che avevano suggerito a qualcuno, esperto in entrambe le lingue, un paragone con Hölderlin. Erano pochissime poesie, forse nemmeno una dozzina, in forma di inni, e di una tale perfezione che l’autore era stato annoverato tra i maestri di quella lingua chiamata a nuova vita. Ma poi Sonne aveva smesso subito, e nessun’altra poesia era venuta alla luce…” [1],

quasi fosse stata rinchiusa e ben custodita in qualche cassetto segreto.

Evidentemente anche noi guardandoci intorno, dopo l’episodio di Centocelle, non possiamo che constatare la stessa desolazione e lo stesso sentore, che scossero l’autore cosmopolita, di una rovina incombente, ma ancora una volta, paradossalmente, ci viene in soccorso lui, proprio lui: il Dottor Sonne! E lo fa grazie a una piccola casa editrice di Pesaro dal nome significativo, Portatori d’acqua, che l’anno scorso ha pubblicato [3] nella traduzione di A. L. Callow e C. Nicolini Coen le 11+ 1 poesie del quindicenne Avraham Ben Yitzhak.


L’impressione che si ha nella lettura è quella di aver riaperto una cassa di fuga, uno di quei contenitori che i monaci benedettini usavano nell’ urgenza, dovuta ad esempio a un incendio, di salvare le cose più preziose che avevano nel loro monastero: gli atti giuridici che attestavano la proprietà e i libri più preziosi e rari [4].

È suggestivo pensare che di fronte a coloro che i libri vorrebbero bandirli, censurarli o addirittura bruciarli, ci sono altri che i libri vorrebbero proteggerli e salvarli di più e prima della loro stessa vita.
E in fondo il Dottor Sonne - e il quindicenne pudico e silenzioso che viveva in lui - non può che essere assimilato a una cassa di fuga: uno che decide di non parlare più di sé e di rifuggire chiunque voglia parlare di lui, uno che dagli incendi prontamente profetizzati, piuttosto che salvare sé stesso – il poeta, l’intellettuale, il teologo - preferisce custodire in gran segreto e salvare dalla distruzione il Libro di tutti i libri [5] e tutte le Parole di Dio.

Il fatto che …portatori d’acqua si prodighino a spegnere l’incendio e a curarsi di queste preziosissime casse di fuga è un presagio ben augurante.


Ogni giorno lascia in eredità al successivo un sole morente
e ogni notte ne piange un’altra.
Un’estate dopo l’altra viene raccolta insieme alle foglie cadenti
e del suo dolore canta il mondo.

E domani moriremo, privati della parola,
e come nel giorno in cui uscimmo ci fermeremo dinnanzi al portale quando chiuderà.
E se il cuore gioirà: ecco, Dio ci ha avvicinati,
si ricrederà e tremerà temendo il sacrificio.

Ogni giorno offre al successivo un sole ardente,
una notte dopo l’altra senza stelle,
sulle labbra di pochi solitari si ferma una poesia:
per sette vie ci dividiamo e per una sola facciamo ritorno.


[Scritta tra il 1912 e il 1917 fu pubblicata per la prima volta sul periodico Ha ‘Ogen nel 1918]

Riferimenti
[1] – Elias Canetti, Il gioco degli occhi, Adelphi, 5a edizione (1985)
[2] – Elias Canetti, Auto da fé, Adelphi (1981)
[3] – Avraham Ben Yitzhak, Poesie, Portatori d’acqua (2018)
[4] – Paolo Rumiz, Il filo infinito, Feltrinelli (2019)
[5] – Roberto Calasso, Il Libro di tutti i libri, Adelphi (2019)

giovedì 24 ottobre 2019

Libretto di transito: i frammenti di silenzio di Franca Mancinelli

Libretto di transito [1] è il titolo dell’ultima raccolta poetica di Franca Mancinelli pubblicata nel 2018 dalla casa editrice Amos.


A differenza dei primi due libri della poetessa fanese, Libretto di transito è composto da 33 prose poetiche, frammenti brevi ed incisivi che solo per la loro brevità richiamano i versi dei precedenti lavori.
Nella sua prima raccolta, Mala kruna, [2] ogni poesia sembrava essere, riprendendo una efficace immagine di Andreotti [3], il segno di una puntura di una piccola corona di spine.

Il Poeta sa bene - e Franca Mancinelli nella sua opera prima lo dimostra - che il suo primo dovere è quello di fare da solo l’autopsia al proprio cadavere e di renderne pubblico il risultato.
Attraverso questa piccola corona di spine la Mancinelli pone davanti a sé stessa le proprie sensazioni restando un passo indietro da esse per considerarle nella loro nuda verità e esaminarle con distacco come se appartenessero ad altri.
In questo mo(n)do così notomizzato sono i sensi a farla da padrone, l’odore, la vista e soprattutto il tatto quasi a preludere la seconda raccolta dal titolo Pasta madre [4].
Anche in questo caso ci soccorre l’intuizione di Andreotti che svela: non la poesia è pasta madre ma l’”interazione” tra le mani e l’effimera materia poetica: la poesia è la mano nuda, forte e insieme dolce, sapiente e precisa che rinfresca la pasta stringendola e stirandola con la consapevolezza di dover onorare una promessa di nutrimento.[3]
Una delle convinzioni acquisite dal pensiero moderno è che non sia possibile superare in ingegno coloro che in epoca preistorica hanno scoperto (o inventato) come addomesticare gli animali, selezionare le graminacee e fondere metalli in leghe: in queste tre attività ci sono già tutti gli schemi di ragionamento utili per arrivare fino a noi e per riconoscere nella poesia una continuità naturale, antropologica al Lavoro, al Cibo, alla Cura.
La stessa Mancinelli in una sua intervista dice di sentire molto la poesia come una traccia lasciata dal corpo con tutto il suo peso e la lotta quotidiana per mantenersi in vita, per ridare senso a gesti semplicissimi che ci sostengono come preparare il cibo, il mangiare, l’abbandonarsi al sonno. Non è un caso che l’immagine emblematica della sua poesia sia il cucchiaio:

cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte

Le poesie della Mancinelli ci raccolgono e sono raccolte proprio come fa un cucchiaio con tutto quell’apparato iconico che il gesto di portarsi il cibo alla bocca comporta: parola che va soffiata per essere raffreddata (come faceva nostra madre quando da piccoli ci imboccava); parola che va masticata, deglutita e digerita prima d’essere pronunciata per fare qualcosa.
Ma va detto che da sempre la poesia è utilizzata proprio per tentare di soddisfare questo tipo di richiesta impossibile da esaudire: riuscire a fare qualcosa con le parole ma che le parole non possono fare [5] come, ad esempio, unire le persone al di là delle loro differenze; costruire qualcosa di nuovo a partire da vecchie rovine.
Tutti gli stratagemmi scelti dai poeti per fare questo servono solo a eludere aspettative impossibili. Per questo i poeti ricorrono alla frammentazione e al silenzio: per far provare quello che altrimenti non avrebbero potuto dire. Non essendo in grado di materializzare ciò di cui scrivono ne producono bagliori attraverso un collasso primordiale: un fallimento dunque che rende la loro arte fertile.
Una delle forme poetiche più rappresentative di questa catastrofe sono i frammenti poetici, gli epigrammi, gli haiku e gli haibun giapponesi. Questi ultimi in particolare sono una giustapposizione di prosa e poesia: una breve prosa poetica seguita da un haiku. A volte l’haibun registra una scena o un momento particolare in modo altamente descrittivo e oggettivo; altre volte può interessare uno spazio del tutto immaginario o onirico. L’haiku al termine di questa parte in prosa suggerisce una sorta di completamento all’intera narrazione.
Quando leggiamo i 33 frammenti del Libretto di transito non possiamo però che constatare un fatto: l’haiku a complemento delle brevi sequenze poetico-narrative non c’è, o, meglio, non si sente. C’è silenzio al termine di ogni frammento a suggerire il tema, lo stesso tema, di ogni frammento.
Nella Poesia, si sa, c’è sempre più di quanto si veda o si senta. Inutile dire che la materia di questo libretto ( sostantivo con un evidente richiamo musicale, ma anche funzionale come il libretto, appunto, di istruzioni) vuole tracciare una transizione, un passaggio tra prosa e poesia, tra parola e silenzio, tra pieno e vuoto e via continuando: tra al di qua e al di là .
Questi frammenti più o meno visibili di silenzio sono dunque lo stratagemma scelto dalla Mancinelli per continuare a prendersi cura della nostra pasta madre, per lenire le ferite dei nostri corpi, per sollevarci nei transiti e farci giungere un unico messaggio di incalcolabile tenerezza: nel silenzio il mondo lievita.


Viaggio senza sapere cosa mi porta a te. So che stai andando oltre i confini del foglio, dei campi coltivati. È il tuo modo di venirmi incontro: come un’acqua in cammino, diramando. Guardando dal finestrino, ti ho letto nel viso finché c’era luce.
*
Ma tu porti argilla. Aggiungi altra argilla dell’inizio del mondo. Vai verso i luoghi rotti e vuoti. Sei chiamato dagli spazi caldi, un manovale sudato che sorride del suo lavoro che crolla.
Sorridi, ricomincia il tempo. Una tunica tiepida ti avvolge fino alle tempie, ti riporta in cucina, nella tinozza sul tavolo. Ti bagna i capelli, tra le mani grandi di tua madre.
*
La mattina alzandoci reggiamo una brocca sulla nuca. Oltre la casa si apre una piccola radura di foglie. Anche quando arriviamo alla sorgente, il ritorno è difficile tra gli incroci e i rovi. Ma ciò che conta è che la brocca posi di nuovo sulla nuca la mattina dopo. Per questo con gli occhi fissiamo l’orizzonte, teniamo la nostra postura.
*
La sera, con una sigaretta tra le dita, guardando il cielo scurirsi come terra bagnata, mio padre annaffia. Quando è laggiù, nascosto dalle piante dei pomodori, nell’angolo più lontano del giardino, posso sentire dal pozzo l’acqua versarsi e scendere tra i granuli, fino alle radici dove è attesa. Qui, dove il flusso si perde, crescono erbe dure dal piccolo fiore, piante dal frutto velenoso. Ma non riesco a zapparle via, non riesco a riparare la falda.


Riferimenti
[1] – F. Mancinelli, Libretto di transito, Amos (2018)
[2] – F. Mancinelli, Mala kruna, Manni (2007)
[3] - http://www.angeloandreotti.it/franca-mancinelli-da-mala-kruna-manni-2007-a-libretto-di-transito-amos-2018-passando-per-pasta-madre-aragno-2013/
[4] – F. Mancinelli, Pasta madre, Aragno (2013)
[5] - B. Lerner, Odiare la poesia, Sellerio (2017)

mercoledì 18 settembre 2019

Déjà-vu di una identità: Patrick McGuinness

Quando si parla di Identità si allude, per dirla con Calvino[1], a un valore che deve essere continuamente affermato e difeso dalle minacce di indebolirlo fino a perderlo. L’affermazione e la difesa sono da intendersi, evidentemente, sia in un senso individuale che in un senso di gruppo o di specie: identità personale o identità nazionale, etnica, linguistica, biologica ecc.
Per prima cosa una identità si fonda su qualcosa che non cambia nel corso della vita.

Riferendoci a qualcuno che fin dall’infanzia si trasferisce e vive in paesi diversi, che incontra dunque persone diverse, linguaggi diversi, o che cambia scuole e metodi di insegnamento, si adatta a mestieri diversi per guadagnarsi cibi sempre diversi; possiamo dire che questi abbia una sua propria identità ? Certamente sì, perché resterebbero i suoi ricordi, la continuità del suo passato. I suoi déjà-vu. E se, mettiamo, fosse affetto da amnesia e non ricordasse niente da un giorno all'altro? Ebbene resterebbero sul suo corpo delle cicatrici o dei segni particolari sulla carne e magari sui fogli (i suoi appunti, le sue poesie, la babele di lingue e le parole che lo identificherebbero ancora per renderlo riconoscibile a sé stesso e agli altri).

Concludiamo dunque con Calvino che le condizioni necessarie dell'identità sono due: 1)poter ripetere un'esperienza, sapendo di ripeterla; 2) essere riconoscibile a sé e agli altri.

Già in un altro post si è detto che il poeta è come un sonar o una pulsar che invia sempre lo stesso segnale e ne registra l’eco. Questa analogia da sola basta per definire e catturare anche una identità com-plessa come quella del poeta Patrick McGuinness.
Giorgia Sensi che ha curato in traduzione questa ultima raccolta di poesie di McGuinness ( Déjà-vu, Interno Poesia Editore, 2019) ci aiuta a ricostruire e definire al meglio l’identità del poeta.[2]

Patrick McGuinness è nato a Tunisi nel 1968 da madre belga, di lingua francese, e padre irlandese. Fin dall’infanzia la sua vita è punteggiata da frequenti spostamenti e traslochi (portatili come dice nella sua poesia, Scatole, pg.91), crescendo tra il Belgio e il Venezuela, soggiornando a Teheran nel 1977 durante la rivoluzione, frequentando un college in Inghilterra e vivendo tra il 1986 e il 1987 in Romania durante la dittatura di Ceausescu. Seguirono poi gli anni di Oxford , della sua laurea in francese , del dottorato e quindi della docenza che svolge ancora oggi in letteratura francese preso la stessa Università.
Evidentemente queste esperienze hanno maturato in McGuinness la profonda consapevolezza di essere il risultato di diverse nazionalità, tanto che la sua poesia (come la sua prosa) è impregnata di questo senso di “dislocazione”, di una intricata tessitura linguistica e culturale che ha percepito e fa percepire confini di lingue, culture, spazi e tempi e di una naturale inclinazione a “tradire” e tradirsi: passare da una parte all’altra di Paesi, Lingue, Generi letterari.

I suoi déjà-vu non sono né più e nemmeno che la manifestazione concreta di questa sua belgitudine (Belgitude, pg.29): sentirsi a casa in un altro posto da quello in cui si è ( come avviene per la maggior parte dei belgi).

Dice Giorgia Sensi [2] in proposito che “…parallelo al concetto di dove sia casa è quello dell’identità linguistica e culturale che è presente in tutta la sua opera fin qui pubblicata...": le raccolte poetiche The Canals of Mars (Carcanet, 2004), Jilted City (Carcanet, 2010) con le traduzioni di Giorgia Sensi (I Canali di Marte, poesie scelte, Mobydick, 2006; L’età della sedia vuota, Il ponte del sale, 2010); il romanzo The Last Hundred Days, (Seren, 2011)e il romanzo Throw Me to the Wolves (Jonathan Cape, 2014) che uscirà in traduzione per i tipi di Guanda.

Già da quanto detto finora risulta del tutto plausibile la difficoltà di individuare e circoscrivere una ben precisa identità se poi, come ci dice ancora Calvino [1], insieme all'io dovremmo considerare la presenza d'un super-io e d'un inconscio che vanno per conto loro, allora la cosa diventa ancora più complicata.
Ma senza disturbare super-io o inconscio più o meno collettivo, un poeta, in generale, non sa fino a che punto una data poesia , una data pagina la stia scrivendo il suo io e non piuttosto un suo pseudonimo. McGuinness non fa eccezione a questa ambiguità, tanto che nella nota d’autore in Déjà-vu a pg. 111 lui stesso confessa: “…inventai un poeta, Liviu Campanu, un esiliato apolitico costretto a risiedere a Constanta….nome odierno di Tomis, dove Ovidio passò gli anni dell’ esilio, e infatti Campanu soffre di quello che io ho chiamato ‘Complesso di Ovidio’…Nel romanzo viene citato:…«Mi è venuto in mente un verso del poeta Liviu Campanu», e così via…Campanu è ormai un mio alter ego: scrivo poesie come se fossi lui; penso attraverso di lui, sento attraverso di lui, e ho scritto circa altre venti pagine. Sono io che sono diventato il suo pseudonimo…” .

Chi meglio di Ovidio e del su Complesso può rappresentare la ricerca e l’affermazione di una identità attraverso le sue metamorfosi!

Queste trasformazione, questi passaggi da uno stato ad un altro rappresentano dunque…l’identità di Patrick McGuinness al confine tra le lingue in cui è vissuto e ha sentito, tra il suo essere britannico ed europeo, tra una vita famigliare operaia e quella attuale satura di cultura oxoniana, tra il francese della sua lingua corporale (lingua madre) e il sangue anglosassone del padre e….tutto questo quasi a voler certificare quello che Calvino diceva a conclusione del suo saggio sull’Identità [1]:

“…[forse]lo strumento più raffinato per definire l'identità mi sembra il sistema dei Samo, popolazione africana dell'Alto Volta, che nella persona umana distinguono nove componenti: 1) il corpo, che si riceve dalla madre, 2) il sangue, che si riceve dal padre, 3) l'ombra che il corpo proietta, 4) calore e sudore, 5) il respiro, 6) la vita, o meglio una particella della vita, che è un'entità in cui tutti gli esseri viventi sono immersi, 7) il pensiero, suddiviso in intendimento e coscienza, 8) il doppio, che è la parte immortale, che può compiere e subire le stregonerie (si stacca dal corpo ogni notte per vagare nei sogni, e poi definitivamente qualche anno prima della morte per andare nel villaggio dei morti dove avrà altre due vite e altre due morti da morto, e finalmente s'incarnerà in un albero), 9) il destino individuale…

Proprio così. Quello di McGuinness è il destino di un poeta che non fa altro che attraversare e riattraversare tutti questi confini , parecchie volte al giorno con una poiesis che se ha una sua unità identitaria va trovata nei passaggi anziché nel passato, lì dove si impara a tenere la bocca chiusa in due lingue (Belgitude, pg. 29).

Déjà-vu
Forgotten as it happens, recalled before it has begun:
two tenses grappling with one instant, one perception.

(pg.104)

[Scordata mentre accade, ricordata prima che abbia avuto inizio:
due tempi si dibattono con un unico istante, un’unica percezione.
]
(trad. Giorgia Sensi)

Riferimenti

[1] - Civiltà delle macchine, XXV, 5-6, settembre-dicembre 1977, pp. 43-44
[2] – Poesia, Anno XXXII, Maggio 2019, N.348, pgg.52-61

giovedì 18 aprile 2019

Fabrizio Lombardo: la subdola inclinazione

Il poeta bolognese Fabrizio Lombardo è stato il primo ospite della rassegna di poesia, Canoni In-versi , organizzata dal Servizio Biblioteche e Archivi del Comune di Ferrara e curata dal Direttore della Biblioteca Ariostea, Angelo Andreotti.
I poeti invitati a Canoni in-versi dovranno, secondo le intenzioni dei curatori, “…mettere in gioco la loro poesia mostrando il cantiere nella quale si è formata. Si parlerà dunque non soltanto di poesia, ma anche di narrativa, musica, cinema, e insomma di tutto ciò che accompagna e nutre l’esperienza poetica. Verranno rivelate le mappe nascoste all’interno dei loro versi, l’ambiente emotivo e culturale che li ha nutriti….”
(https://www.estense.com/?p=771108).

Per esempio Fabrizio Lombardo ha aperto il rotolo della sua cartografia poetica, rivelando il paesaggio in cui si è mosso e continua a muoversi il suo lavoro poetico: abbiamo così sentito parlare di Kafka e T.S. Eliot; Joy Division e Leonard Cohen; Antonio Porta e Roberto Roversi; Michelangelo Antonioni e i videoclip di Jonathan Glazer.
Già da questo primo appuntamento quindi è stato possibile apprezzare quanti e quali sono i canoni che entrano nei versi di un poeta.

Fabrizio Lombardo è nato a Bologna nel 1968 e lavora per una catena di librerie. È redattore di Versodove – rivista di letteratura che ha contribuito a fondare nel 1994 e con la quale cura la rassegna Passaggi di versi all’interno di “Passaggi Festival della Saggistica” di Fano. Ha pubblicato Carte del cielo (VersodoveTesti 1999), Confini provvisori (Edizioni Joker 2008), le plaquette Il cerchio e il silenzio (Squadro Edizioni Grafiche 1995) e di quello che resta (Quaderni di poesia 1998). Sue raccolte sono presenti in numerose antologie.
Il suo ultimo libro è Coordinate per la crudeltà (Edizioni Kurumuny 2018) che seleziona gli ultimi 10 anni di… raccolto.


Non si sbaglia nel sottolineare un aspetto geografico della poesia di Lombardo ( i titoli passati e quest’ultimo ne sono la dimostrazione): il Poeta assume questo ruolo di cartografo in grado di segnalare “voi siete qui” o di tentare l’accenno di un percorso dal passato o tratteggiare quello verso un futuro. Evidentemente oggi più che mai, in un mondo dove tutto si confonde, è ancora più complicato fare il punto, trovare dunque un origine ( un punto di partenza, una identità) e tracciare delle coordinate precise in grado , come dice Lombardo, di separare/unire la memoria del passato e il rumore del presente o soltanto riconoscere un sopra e un sotto:

***
solo la dissonanza ci descrive. un modo per dire
che tutto quello che è venuto a mancare – non l’amore
intendo (non qui), ma il rancore/la gola che brucia,
la voce inceppata, raccolta dietro i vetri,
fra i libri, o fra le giunture delle mani – è un altro
silenzio ancora/una memoria che dobbiamo - tu e io –
mescolare a questo rumore/perché possa appartenerci ancora.
(pg. 29)

Da questa difficoltà nasce un senso di smarrimento: “…il tormento di non trovare una via di fuga, quasi la constatazione remissiva dell’impossibilità di reagire”, sensazione “che colma tutta la prima sezione del libro”, dove vengono ospitate ” le false partenze di un’accettazione passiva, che forse cela l’abitudine (o, peggio, la rassegnazione) all’indifferenza di una intera generazione…
( http://www.angeloandreotti.it/fabrizio-lombardo-coordinate-per-la-crudelta-kurumuny-2018/).

(a proposito di generazioni)

è inutile aspettarsi ancora qualcosa da noi
non siamo altro che resti da conservare
nemmeno con cura. Di cui pentirsi
e confessare d’aver scritto troppo
troppo pensato/detto e messo in fila.

Sorpresi da un giro di carte che non possiamo
più giocare passiamo la mano/invece di barare
(pg.45)

In soli 50 anni, diciamo dall’allunaggio, abbiamo abusato delle nostre capacità nella conquista e nello sfruttamento della Natura (anche della nostra natura umana!). In questo delirio di onnipotenza ed autosufficienza siamo giunti al termine di ciò che poteva essere consumato e del consumabile, siamo rotolati nella più cruda delle realtà: alla fin fine, abbiamo scoperto, che noi tutti dipendiamo dalle cose che dipendono da noi.

***
nel capogiro della luce scrivo una cartolina
per ricordarmi di cancellare il libro dall’hard disk/
per dirti di impedirmelo, per ricordarmi la lista della spesa.
(pg.37)

Così in questo amaro risveglio non ci resta che organizzare…il vuoto prodotto da questo disordine (già, il pieno è vuoto e viceversa, come insegnano i metafisici indù) partendo dalla ricostruzione di un sistema di coordinate adatto a mappare il mondo globale nel modo più crudo possibile perché

***
Sveglio/nel silenzio che precede le parole
cercando le crepe, i nascondigli in cui ritrarre la vita.
Nessuno ha saputo niente, ancora. Neppure noi
sappiamo come vivremo domani.
(pg. 61)

Non possiamo evitare di soffermarci sul tratto inclinato, quella subdola inclinazione che appare in quasi tutte le poesie di Lombardo quasi a voler scrivere (e leggere) una deviazione casuale delle parole nel tempo e nello spazio per agevolare così, nel corso della loro caduta nel vuoto, un incontro, un verso giusto.
Come dice Caterina Serra nelle Note a margine della raccolta di Lombardo (pg.9): “Non è che si può far finta di non vederla, soprattutto che non ci sia. Quella barra che spezza il verso, che separa le parole e allo stesso tempo le vuole unite, in una relazione che non prevede un sopra e un sotto…”.

Ma a differenza di quanto lei conclude , io credo che "la barra è obliqua" per aiutare a scivolare verso l'essere, per agevolare un'uscita, per convogliare il traffico verso un casello e finalmente imboccare un raccordo. E, se non proprio aiuterà ad arrivare da qualche parte, si continuerà per lo meno ad andare.

Quella deviazione casuale, da clinamen lucreziano, è un piano inclinato sull' attesa. Sulla sorpresa, o su questa nostra voglia di attendere/qualcosa/qualcuno che possa ancora sorprenderci.

La subdola inclinazione di Lombardo è quel Caso benedetto generatore di Caos-Ordine, di quegli attrezzi indispensabili, per fare.
Per organizzare il nostro vuoto quotidiano. Per sapere che “siamo qui”. Per riempire gli scaffali. Per scrivere Poesia.

***
Un’alba di lontananze, visi stanchi, autobus deserti.
Ma poi cos’è davvero che ci riguarda, in questa strada grigia
quasi sottoterra, alle 5.00 di mattina. Spiove.
Come in un film di De Sica rifatto da Loach. C’è anche il tempo
di dire due cazzate prima di entrare. Nel cielo artificiale,
dietro l’insegna dell’ipermercato. Alle nove gli scaffali saranno pieni.
(pg.106)

lunedì 15 aprile 2019

La capacità della poesia: la prosoché

Nello stesso momento in cui la radiazione partita 55 milioni di anni fa dalla galassia M87 in Virgo A arrivava qui sulla Terra , è uscita l’ultima raccolta poetica di Angelo Andreotti: L’attenzione, per i tipi di Puntoeacapo, con una curatissima prefazione di Antonio Prete.

A onor del vero, l’arrivo vero e proprio nelle librerie terrestri della raccolta di Andreotti, è previsto per il prossimo mese di maggio, ma questo è un post relativistico e sono ammesse distorsioni spazio-temporali come quelle che accadono (accadrebbero) sull’orizzonte degli eventi del Buco Nero al centro di M87.

Nulla di anomalo e misterioso dunque sul fatto che si possa parlare di un libro che non è ancora disponibile!
Fortunatamente qualche anticipazione sulla raccolta è già fruibile in rete (www.ferraraitalia.com) e così, grazie a questo breve ascolto, è possibile farsi un’idea del canto o, meglio, come spiegheremo: da questo breve canto è possibile farsi un’idea dell’ascolto.

Ho sempre pensato che quella di Andreotti fosse una poesia di ...confine, una poesia fatta da (per/su) un punto d'osservazione speciale; un orizzonte che separa e, contemporaneamente, salda un mondo ad un altro, uno esterno ad un interno. Essere osservatori e osservati su questa superficie o, solamente, accogliere ciò che viene osservato ( ovvero si lascia osservare), richiede una particolare predisposizione, una capacità, se non una vera e propria saggezza come quella che gli stoici - e successivamente i buddhisti fino ad arrivare agli scienziati moderni senza distinzioni tra fisici, biologi e neurofisiologi – hanno chiamato prosoché (attenzione).

Su questa superficie infatti l’ascolto è molto complicato per via dell’ammaliante voce di sirene antiche e nuove. Rilevare l’ascoltato per renderlo canto è dunque operazione difficilissima quasi quanto quella di catturare la “foto” di un buco nero distante 55 milioni di ANNI-luce.

A proposito della foto (che propriamente foto non è): questa - chiamiamola più propriamente - elaborazione di un buco nero non è niente altro che una traduzione di segnali radio in segnali visivi, una traduzione analoga dunque a quella che tenta di fare un poeta.
Il poeta di fatto traduce un debole segnale - qualcosa che dunque rileva con difficoltà- in un vero e proprio segno, in una visione, in una immagine.
Il grande compito della Poesia è proprio questo, tentare l’impossibile: far coincidere il Sentito con il Canto!
E per arrivare a questo ci vuole una…attenzione stoica.

Non è tardi
Nel declino di un mondo inguantato
la nudità del corpo ti protegge,
quel suo sentire, quel tuo aspro tremore
che tu credi di ignorare
mentre sprofondi dentro a quello sguardo,
silenziosissimo, che hanno gli uccisi.

L’immagine del mondo inguantato ci apre subito a questo sentire del poeta, alla necessaria separazione/riparazione di due mondi reciprocamente separati e protetti da una superficie: il poeta , oggi, si trova su questa particolare linea di demarcazione tra Natura e Storia. E qui con il termine Natura intendiamo tutto ciò che da essa abbiamo imparato tanto da integrare al suo interno, in modo continuo, la comparsa e l’evoluzione della nostra specie fino alla singola vita del singolo individuo (diciamo Einstein).
Ed evidentemente quindi per Storia non possiamo che intendere ( e comprendere), oltre ai fatti riguardanti l’evoluzione delle società umane, anche la singola biografia di uno scienziato come Einstein che ha contribuito alla conoscenza della Natura compresa quella propria, umana.
Questa reciproca penetrazione può essere ben rappresentata dalle nuove relazioni (non più lineari, determinate e continue) esistenti tra i concetti di spazio e tempo e quelli di causa ed effetto.

La inerme nudità che paradossalmente protegge questo sentire non è più un’attenzione di tipo razionale, non è cosa materiale (il guanto) ma è proprio quell’aspro tremore dal quale l’uomo è posseduto allorché rinuncia a(l) sé, o meglio recupera tutto sé e per questo fa poesia: per questo si è fatto poeta.

Qui mi pare di intravvedere una nota mistica, in quanto, davvero, sprofondare dentro a quello sguardo silenziosissimo ricorda l’attenzione che il Poeta riesce a prestare al segnale. Ma allo stesso tempo rimanda a quella sua innata necessità di rispondere al segnale con un canto altrettanto silenzioso, un discorso interiore configurabile in una vera e propria… preghiera (proseuché).

È in questa sospensione di giudizio e incredulità che nasce la Poesia.

Resta che quando un ascoltato così profondo si fa canto e con esso coincide, quel segnale lontanissimo, confuso, disturbato e silenzioso, partito da chissà dove, da chissà quanto tempo, si concretizza in un verso netto, chiaro ed evidente se non proprio in una parola che si fa sentire nel suo splendore.

Il fulcro
Più lontano di tutto è l’orizzonte,
non i pianeti, né il fondo del mare,
ma quell’irraggiungibile e sfuggente
assedio dello sguardo dove il tempo
si rivolta in se stesso, si pietrifica
pur di non misurare le distanze.
Ma chi dall’orizzonte si avvicina
non conosce confini, né se il tempo
ha per misura un passo dopo l’altro,
soltanto
sa che alla terra si appoggia il suo cielo
e che il confine è un bottino di guerra.
Più lontano di tutto ci sei tu,
talmente inerte che dell’orizzonte
sei punta di compasso dentro a un cerchio
che ha mura d’aria ottuse come specchi.


E non è forse qui, non è forse questa la migliore definizione - veramente LA foto migliore - di un orizzonte degli eventi? Quell’irraggiungibile e sfuggente assedio dello sguardo dove il tempo si rivolta in se stesso, si pietrifica pur di non misurare le distanze?
Andreotti ha questa capacità: in un mondo in cui la Natura si fa Storia (ovvero la biografia si fa conoscenza) lui si pone sull’orizzonte degli eventi su quella superficie di demarcazione da dove invia fedelmente sempre lo stesso identico segnale con il ritmo e il verso giusto.

Sull’orizzonte degli eventi infatti il tempo si rivolta in se stesso e si pietrifica in un spazio pieno-vuoto fino a non essere più… misurabile. Ma questo è un problema per chi sta fuori, all’esterno di questa superficie che separa luce da buio. Spazio da tempo. Causa da effetto.

Il poeta che è invece lì su quell’orizzonte, grazie alla sua particolare posizione e attenzione riesce ad …ascoltare i segnali più deboli e a trasformarli in immagini nitide, assolute quasi miracolose. Lì, per lui, il tempo e lo spazio restano misurabili dal ritmo della sua poesia ed è convinto che con il …passare del tempo qualcuno dall’altra parte del … cerchio che ha mura d’aria ottuse come specchi, riceverà il messaggio.

E arriverà, non a tutti contemporaneamente, ma certamente quel messaggio arriverà come un suono partito da così lontano prima ancora che si potesse ascoltare o vedere.

Come questo post relativistico: letto prima che venisse scritto.