venerdì 10 aprile 2015

La fiamma dell'onda

La morte di un poeta mi ricorda la vita di una stella: le stelle vivono anche quando sembrano finire come nane bianche o stelle di neutroni o, addirittura, scomparire come buchi neri. Riflettendo si intuisce che le stelle, in realtà, non muoiono perché, anche in queste loro forme estreme di massa fortemente compatta da non lasciar scappare neppure la luce, continuano ad emettere calore e a lasciare un segno, per così dire, una firma di ferro e silicio oppure di ossigeno, carbonio ed elio.
Prima di arrivare alla loro interminabile fine la stella deflagra come supernova e appare nel cielo notturno (se non diurno) come un avvento. Un’ annunciazione. Così sono state viste e ancora oggi vengono viste le stelle che spuntano improvvisamente nel cielo come le novae, le supernovae o anche le comete.
Eppure sono state sempre là, presenti nella vita di ognuno di noi contemporanei a loro, a illuminare debolmente le nostre vite, ad emettere luce in modo discreto e a volte, impercettibile. Alla fine, BOOM, esplodono e lasciano un... residuo. Nessun oroscopo può tenerne conto e, anzi, questo dimostra l’incongruità di qualunque oroscopo perché nei cieli natali queste stelle dovrebbero “pesare”, sul destino di ciascuno, più di quanto possono fare dei semplici e piccoli pianeti.
Così succede che qualcuno, invisibile ai più -come lo sono normalmente i poeti- muoia; ecco che questa sua “morte” ci racconta, come fa quella di una stella, la sua vita passata e quella futura e cioè se sia stata una esistenza da stella di ferro e silicio o semplicemente da stella di carbonio ed ossigeno e se il suo residuo-la sua cenere- sarà un buco nero o una nana bianca. Ma soprattutto, questa sua vita a scomparsa, illumina qualcosa di noi, del nostro oroscopo : non immaginavamo quanto fosse stata importante nel nostro cielo natale la presenza discreta, per esempio, di Tomas Tranströmer e quanto il nostro destino possa essere condizionato dalla sua morte e quindi dalla conoscenza della sua vita.

Tomas Tranströmer nasce, come stella visibile a tutti, oggi, 27 marzo 2015, data della sua morte. Aveva dato segni della sua luminosità fin da giovane, molti anni prima del Nobel (2011), tanto che molte delle sue immagini poetiche e forse proprio grazie ad esse illuminarono la poesia di altri colleghi (stelle gemelle) che prima di lui furono poeti Laureati dall’Accademia svedese ( Iosif Brodskij, Derek Walcott, Seamus Heaney).

Lui, con la modestia tipica dei grandi poeti, si paragona ad una cometa [1]:

“La mia vita. Quando penso a queste parole mi vedo davanti una scia di luce. Guardando più da vicino, la scia di luce ha la forma di una cometa, con una testa e una coda. L’estremità più luminosa, la testa, è l’infanzia e l’adolescenza. Il nucleo, la parte più densa, sono quei primissimi anni in cui vengono definiti i tratti fondamentali della nostra esistenza...”

Sappiamo bene che una cometa, infaticabile astro con i suoi periodici ritorni, per poter splendere nel cielo ha comunque bisogno di un sole. E' evidente che Tranströmer non è una semplice cometa ma una stella, una stella di Prima Grandezza.
Le stelle traggono la loro energia, e la loro luce dunque, da un meccanismo termonucleare che avviene al loro interno, innescato dall’ambiguo desiderio di sfuggire alla gravità e, contemporaneamente, di soccombere ad essa. Scappare e restare. Perdersi e ritornare. Vivere e morire. Morire e vivere. I poeti sono coloro che si accendono per questo; che brillano di questo.

“...[...Quando avevo cinque o sei anni...]... verso la metà degli anni Trenta, sparii nel pieno centro di Stoccolma. Io e la mamma eravamo andati al concerto della scuola. Nella ressa all’uscita dell’Auditorium persi la mano della mamma e venni trascinato via dalla corrente umana...C’era buio fuori...Non c’era niente cui aggrapparsi. Fu la mia prima esperienza della morte...” [1]

La capacità di innescare la reazione in Tranströmer ed emettere luce e calore nell’Universo, non è imputabile alla parola- sempre polisemica- ma ad una rete capillare di nessi tra le parole e i loro significati che conduce a molteplicità interpretative e a pluralità di sensi. Tutte le immagini da lui rappresentate ed evocate ospitano la loro assenza e il loro silenzio; come una stella dello spazio profondo che può essere vista solo al buio o quando diventa una supernova.
La metafora è la reazione termonucleare di Tranströmer. Con essa egli comincia ad accumulare la materia, proprio come accade in una nube di gas e polveri dove si coagula un nucleo sempre più denso. In questa sua operazione di compressione e accumulo di immagini Tranströmer recupera un’antica tradizione appartenente sicuramente alla poesia scaldica di epoca vichinga ma anche a quella greca di epoca omerica entrambe caratterizzate da associazioni ardite e da espressioni talmente compatte e ridotte da risultare a volte enigmatiche: “la fiamma dell’onda” vichinga è l’oro e “la porta d’avorio” omerica è, diremmo oggi, l’inconscio.
Queste antiche narrazioni poetiche riportavano spesso eventi storici, illuminando scorci significativi e fulminei di essi: gettavano luce sul buio che avvolgeva la vita dell’uomo nell'idea di Cosmo che allora si aveva.

Tranströmer illumina il buio che circonda il viaggio dell’uomo, con un particolare uso della metafora: essa assume il carattere vero e proprio di correlativo oggettivo [2] tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, tra grandiose visioni d’insieme e altissime risoluzioni di elementi microscopici.

Tra una galassia e un pianeta c’è appunto una stella che scompone, comprime, fonde e ricrea la vita, l’emozione.

Questo uso frattale della metafora, per cui a scale diverse di osservazione, si riesce a percepire e riconoscere uno motivo di fondo, permette di osservare uno stesso paesaggio con risoluzioni diverse: accelerando o rallentando i ritmi per ampliare o ridurre le profondità di campo. Nella poesia italiana abbiamo un esempio importante di questo con Ossi di seppia di Montale: il titolo stesso della raccolta è un esempio di correlativo oggettivo che evoca il motivo di fondo di tutta l’opera, quello della morte.
In Tranströmer alle scale diverse di osservazione giace un “diverso” motivo di fondo o, se vogliamo, lo stesso di quello montaliano ma mediato da una percezione del mondo originalissima e quasi orientaleggiante. Questo motivo è il Mistero.
Non è un caso che le ultime composizioni di Tranströmer siano degli haiku [3].
Quando una stella sta per esplodere, avendo raggiunto la luminosità che le è stata “predetta” dalla sua massa iniziale -oroscopo nel/dal suo cielo natale- sa già quale sarà il suo destino, il suo residuo quel simulacro, cioè, della futura generazione di stelle, pianeti e vite che daranno continuità alla sua inestinta esistenza.
La cenere, il residuo inestinguibile di luce e voce di Tranströmer, è rappresentata dal grande mistero.
Nella bellissima prefazione di Maria Cristina Lombardi [3] si legge che ne Il grande mistero: “...emerge ...una tendenza...all’espansione”.Eh, si: quando una stella esplode si assiste ad un piccolo Big Bang, alla nascita e all’espansione di un universo che nella sua corsa spaziale creerà nuovi soli, nuovi pianeti e nuove vite.

Adottando la forma dell’haiku Tranströmer racchiude tutta la sua luce poetica in un corpo di enorme densità: pur nello stretto spazio di tre soli versi e 17 sillabe riesce a richiamare temi affrontati in modo più ampio e rarefatto in testi precedenti, come se avesse voluto anticipare il calore del buco nero che sarebbe diventato. Qui è tutto concentrato tanto che dal buio e dal silenzio possa emergere, nel bagliore di un attimo, solo il calore, il calore puro dell’emozione.
Percepiamo così che la poesia non è qualcosa di diverso dalla materia ma è una delle componenti materiali del mondo: la Poesia piega lo spazio intorno a se come fa una stella e la vita. La nostra vita, non le gira intorno perché attirata da una forza misteriosa, ma perché sta correndo dritta nel mistero che lei crea.
E quando una Poesia è così densa come quella di Tranströmer, quel calore che proviene da essa, pur nel silenzio e nel buio, è un messaggio che ci arriva dal Grande Mistero e che, a differenza degli ossi di seppia, ci rassicura.

Estratti da Il grande mistero [3]

Novembre

Quando il boia si annoia si è in pericolo.
Il cielo incandescente si arrotola.

Da una cellula all’altra si sente scricchiolare
e lo spazio sgorga dal ghiaccio.

Le pietre brillano come lune piene.

Liriche haiku

I
I pensieri stanno fermi
come tessere di un mosaico
nel giardino del palazzo.

Sto sul balcone
in una gabbia di raggi di sole
come un arcobaleno.

IV
Su per sentieri erti
sotto il sole – le capre
brucavano fuoco.

V
Le foglie brune
sono preziose come
i rotoli del Mar Morto.

VII
Bosco disorientante
dove Dio abita senza soldi.
I muri brillavano.

Una gazza bianco-nera
corre decisa a zig-zag
obliqua sul campo.

X
E’ successo qualcosa.
La luna illuminava la stanza.
Dio ne era a conoscenza.

Sento il mormorio della pioggia.
Io sussurro un segreto
per entrarvi dentro.

XI
Il mare è un muro.
Sento i gabbiani gridare-
accennano un saluto.

Vento grande e lento
dalla biblioteca del mare.
Qui io posso riposare.

Uomini-uccello.
Albero di melo in fiore.
Il grande mistero.

Riferimenti
[1]-T. Transtromer I ricordi mi guardano, Iperborea (2011)

[2]- Il correlativo oggettivo è un concetto poetico elaborato nel 1919 da Thomas Stearns Eliot, che lo definì in The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism, Londra, Methuen, (1920) come: una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi pronta a trasformarsi nella formula di un'emozione particolare.

[3]-T. Transtromer Il grande mistero, Crocetti Editore (2011)

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